Shoah, la potenza della memoria scritta

Primo Levi (1919-87) è certamente il testimone più conosciuto di uno degli orrori più strazianti della storia europea del ‘900: la deportazione nei campi di concentramento e il genocidio di milioni di esseri umani compiuti dalla Germania nazista.

Dopo aver pubblicato Se questo è un uomo nel 1947 e il suo seguito La tregua nel 1963 che raccontano i fatti e gli episodi della sua storia di deportato, nel 1986, un anno prima del suicidio dell’autore, appare I sommersi e i salvati, il quale, nato da meditazioni e ragionamenti sulla propria esperienza, ci appare oggi come il testamento spirituale dell’autore.

In quest’opera, come sottolinea l’autore stesso, predominano più le riflessioni rispetto ai racconti, inoltre viene riferita l’esperienza di altri deportati che Levi scopre leggendone le storie attraverso alcune lettere.

La forza della riflessione di Levi sta nel tenere sempre in considerazione tutte le sfumature possibili dell’argomento. Le vittime non sono mai idealizzate e gli oppressori non vengono demonizzati; nonostante ciò, le due categorie non vengono però confuse. L’autore riesce a mantenere un difficile equilibrio senza trasformarsi in un rigido moralista.

I Sommersi e i salvati sono una lunga orazione in favore della complessità, in favore del rifiuto di accontentarsi di risposte facili. È necessario un attento esame dei pro e dei contro, di tutte le possibili sfaccettature del caso.

Analizzando tutti gli otto capitoli, potremmo affermare che ciascuno renda più complesso un diverso tema. I temi spaziano dal ruolo e l’efficacia della memoria, a cui è dedicato il primo capitolo, ai gradi di «collaborazione», la «zona grigia», i motivi di vergogna e il senso di colpa post conflitto ai quali sono dedicati il secondo e il terzo capitolo; dalla questione dell’incomunicabilità e del linguaggio del quarto capitolo alla nozione di «violenza inutile» del quinto capitolo. Il ruolo della cultura all’interno di Auschwitz, la miriade di stereotipi sui quali l’autore tenterà di fare luce e le diverse opinioni dei lettori tedeschi che scrivono all’autore riguardo Se questo è un uomo sono gli argomenti degli ultimi tre capitoli.

L’opera si presenta dunque come un immenso esercizio disumano di obiettività, una sorta di viaggio nell’Ade che sembra trasformarsi nel viaggio della propria morte.

«È avvenuto, quindi può accadere di nuovo[1]». È questo l’appello alla memoria dei lettori riguardo la Shoah.

Questa pagina oscura del nostro passato deve essere ricordata perché passioni e comportamenti umani non cambiano mai totalmente e dunque, come sosteneva Giambattista Vico, la storia si ripete. Certamente, non si fa qui riferimento a una ripetizione dell’identico, ma piuttosto a una diffusione di quei fatti che hanno reso possibile l’orrore magari sotto un altro nome, con nuove motivazioni, producendo comunque stragi e sofferenze.

Il ricordo, la memoria devono combattere l’incubo che tormentava Levi e qualsiasi altro superstite: che la propria sofferenza restasse ignorata, che il proprio racconto non venisse ascoltato da nessun interlocutore.

Levi aveva ragione: la memoria è necessaria; ma al giorno d’oggi noi dobbiamo aggiungere che tuttavia non basta. La prova di ciò è che l’umanità tende a sfruttare la memoria a proprio vantaggio reclamando il diritto a determinati risarcimenti se ci identifichiamo come vittime innocenti; volendo far passare sotto il silenzio le nostre malvagità se considerati come modelli impeccabili. Sembra che basti cambiare epoca, luogo e circostanze per non considerare più alcun motivo per trarre lezioni dal passato che potrebbero attribuirsi a noi.

Se la memoria del male, dunque, non basta a prevenirne il ritorno, è necessario che essa sia sempre accompagnata da una spiegazione, da una sorta di «foglio illustrativo». Ecco, I sommersi e i salvati sembrano essere proprio questo, è questo che ci lascia in eredità l’autore.

Levi non si accontenta di ricordare le atrocità passate, ma si interroga sui significati che esse hanno oggi per noi attraverso una paziente meditazione.

L’autore si è sempre negato la soluzione più facile, quella di stigmatizzare i cattivi come un sottogruppo distinti da noi. Essi non sono mostri, sono esseri umani qualsiasi trasformati soltanto dalle circostanze. Ogni risoluzione che affermi uno scarto tra noi e loro è assolutamente illusoria. Il motivo della loro involuzione non ha nulla a che fare con la natura dell’uomo, ma piuttosto con l’essere stati educati male. La parola «educazione» è qui considerata nel suo significato più ampio, includendo scuola, famiglia, media e istituzioni. L’unica strada che possa eliminare qualsiasi forma di totalitarismo è questa, una migliore educazione.

Levi ha dedicato la sua vita, scrivendo e parlando, dando a noi l’esempio di un uomo che non si è mai fatto contagiare da quel male nel quale egli stesso si è trovato immerso, dando vita a racconti e riflessioni che permettono ai lettori di proiettarsi in contesti che non hanno mai conosciuto.

[1] Primo Levi, I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi, 2007, p.164.

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