Questa cella come la mia vita

Questa cella non occuperà più di cinque metri quadrati, ma dalla finestra sbarrata che da a sud sembra essere grande quanto il mondo intero. È la terza di un corridoio lungo più di venti metri; la cella prima della mia è occupata da uno scacchista, uno di genio, incarcerato per aver tirato una pedina in testa al suo avversario, la ingoiò. La pedina finì esattamente nella sua bocca, ma la violenza fu tale che andò a incastrarsi dritta dritta nella trachea. Si masturbava la mente tutti i giorni a domandarsi come fosse stato possibile tale sciagura. La cella prima della mia non è molto diversa da tutte le altre, a renderle speciali sono i detenuti. Quella dopo la mia è occupata da un ubriacone, nel tempo di sobrietà, scrittore di fama internazionale, anche se per ora nessuno se ne ricorda il nome. È in astinenza ormai da giorni, si ostina a vomitare, ma tutto quello che riesce a emettere è l’acido del suo stomaco, l’odore così acre, sembra essere capace di corrodere le mie narici. Soffre, e sta facendo soffrire anche noi, vittime di queste celle. Ho perso il conto dopo la terza settimana, ma ormai sono mesi che giaccio su questa pietra che fa da letto. Ma ciò che più turba la mia permanenza sono le latrine, buchi, o meglio tubi, non dotati di scarico, che compiendo una curva pochi centimetri sotto la bocca sembrano indirizzati fuori, sul lato della parete dove è posta la finestra. Una volta a giorno portano un secchio d’acqua per far scivolare giù quanto prodotto nella giornata. Non ho ricordi del pranzo, ma so che ci viene portato un vassoio una volta al giorno. Mi sveglio. Era un sogno. Inizio a vivere. La puzza di vomito sono le vuote parole di politicanti che svuotando la bocca vengono acclamati come salvatori. Le latrine sono la becera informazione, quantitativa, politica, che puntualmente, raggiunto lo scopo, viene scaricata. Lo scacchista sono io, arrabbiato, furioso, che sceglie la condanna alla galera invece che al mondo. L’avversario ucciso con una pedina è questa società, morta, vittima di una sciocchezza, fragile, assassinata da un pedone, perché il re non si sporca le mani. Quella cella è la mia vita, più reale della vita che sto vivendo.  

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