Invito a riflettere sui legami affettivi del nostro tempo

XXI secolo, anno 2018, era postmoderna, ennesima categoria socio-culturale. L’emblema del nostro presente? L’uomo postmoderno.

«Postmoderno», un aggettivo, mille sfacettature.

Sommerso dal consumismo, assuefatto dalla tecnologia, privo di identità, sopraffatto dall’insolenza e dalla noncuranza verso il prossimo, restio ad ogni forma di legame. Molto probabilmente sono queste le principali caratteristiche che l’uomo postmoderno incarna (se ne potrebbero aggiungere altre senza alcun dubbio).

Soffermiamoci però sul tema affettivo.

Era il 2003 quando Zygmunt Bauman (1925-2017) pubblicava per l’editore Laterza l’ennesimo suo capolavoro letterario e sociologico, Amore liquido.

Il protagonista del libro è, ovviamente, l’uomo senza legami, abitante della nostra società liquido-moderna. Che fine ha fatto la relazione umana, e in particolare quella amorosa?

Abbandonato a se stesso, l’uomo desidera la sicurezza dell’aggregazione, una mano su cui appoggiarsi nel momento del bisogno; ansioso di instaurare relazioni, ma allo stesso tempo pauroso di rimanere impigliato in rapporti stabili, magari definitivi, che portano con sé vincoli e oneri che non è disposto a sopportare, perché andrebbero a limitare la propria libertà di instaurare nuovi legami. Lo stesso Aristotele scrisse nella sua Politica «l’uomo è un animale sociale: tende per natura ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società.»

Possiamo affermare con certezza che l’amore, come la morte, è un evento che accade da sempre nella storia dell’uomo, non è connesso ad alcun altro evento “simile”: non si può imparare ad amare. Certa è anche la possibilità che l’amore colpisca più di una volta nella vita di un essere umano. Sono molte le persone che si innamorano e disamorano fin troppo spesso. Infine, lampante è la crescita della percentuale delle persone che tendono ad assegnare il nome amore a più di un’esperienza di vita, di chi è convinto che l’amore attualmente vissuto non sarà l’ultimo e si aspetta esperienze simili in futuro. La prova di ciò è che la definizione di amore come vincolo che dura «finchè morte non ci separi» è passata di moda (probabilmente anche a causa della crisi religiosa che sta colpendo il cattolicesimo) e, di conseguenza, il livello di difficoltà delle prove che un’esperienza amorosa deve superare per essere considerata tale si è notevolmente abbassato.

Tutto questo meccanismo in atto alimenta la convinzione che l’amore sia un’arte che si possa imparare e che le capacità di amare crescano all’aumentare dell’esperienza. Si tratta però dell’ennesima illusione umana. «Amore» non è il crescere della portata dell’elenco di storie d’amore vissute come sequenze di attimi distinti, appassionanti, consumati con la coscienza a priori di fragilità e brevità; iniziare subito per ricominciare da capo (guarda caso lo stesso principio base del consumismo).

Non è nel desiderio di cose pronte per l’uso che amore trova il proprio significato, ma nello stimolo a partecipare al divenire di tali cose. Un divenire che, come già accennato, è preda di un destino impossibile da predire. Amare significa offrirsi a quel destino. Due persone: ognuno grande incognita nelle equazioni dell’altro.

Erich Fromm sostiene che «la soddisfazione, nell’amore individuale, non può essere raggiunta senza capacità di amare il prossimo con umiltà, fede e coraggio», ma conclude poi che in «una cultura in cui queste qualità sono rare, l’acquisizione della capacità di amare è condannata a restare un successo raro[1]». La nostra cultura consumistica, ormai accettata, pare proprio essere questa. Soddisfazioni rapide, risultati senza molta fatica, garanzie e assicurazioni di stampo «soddisfatto o rimborsato».

Imparare l’arte di amare è la falsa promessa di rendere l’esperienza d’amore simile alla merce; attira e seduce promettendo frutti immediati.

Amore non è possesso, non è potere, non è conoscenza, è avere cura dell’Altro, è perseverare. É impulso ad espandersi, ad aggiungere qualcosa al mondo, è espandersi attraverso il proprio donarsi all’oggetto amato.

Non bisogna cadere nella consuetudine di considerare la relazione amorosa allo stesso modo di un investimento finanziario, non deve essere ridotta a una valutazione di rischi e vantaggi.

Il quesito (al quale non è semplice rispondere) che l’uomo postmoderno dovrebbe porsi appare forse spontaneo.

É opportuno disfarsi di questa idea amorosa postmoderna e ricominciare? Se sì, da dove?

«Finché dura, l’amore è in bilico sull’orlo della sconfitta. Man mano che avanza dissolve il proprio passato; non si lascia alle spalle trincee fortificate in cui potersi ritrarre e cercare rifugio in caso di guai. E non sa cosa lo attende e cosa può serbargli il futuro. Non acquisterà mai fiducia sufficiente a disperdere le nubi e debellare l’ansia. L’amore è un prestito ipotecario fatto su un futuro incerto e imperscrutabile.[2]»

[1] Erich Fromm, L’arte di amare, Mondadori, Milano, 1995.

[2] Zygmunt Bauman, Amore liquido, Laterza, Bari, 2003.

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