“Scusate, passate pure.”

Incompleto racconto dell’incompleta raccolta sulle isole del mondo.

“Scusate, passate pure.”

Erano le 10 di mattina e le stradelle di Càpite già pulsavano di persone. Erano le 10 di mattina e gli ultimi ritardatari fiondavano i propri corpi a lavoro.

I due ragazzi partirono per tentare l’escursione in superficie. Avanzarono verso le scalinate, il tragitto si fece labirinto dopo il primo quarto d’ora. Dopo il doppio del tempo messo per perdersi, arrivarono alla scalinata. Una voce stridula li fermò.

“Voi! Il badge?” Una donna minuta, rossa e agitata quanto rigida bloccò i due.

“Serve un badge?” Disse il ragazzo, mentre rifletteva sulle parole del bar tender, poi proseguì:

“Mi scusi, siamo turisti, vorremmo solo vedere la superficie, come ci si può procurare un badge?” chiese, sperando di poter tentare una via legale.

“NEGATIVO! A nessuno è consentito salire in superficie.”

I due ragazzi si guardarono, non rimaneva che tentare la via illegale e cercare un modo per raggiungere la superficie. Si guardarono attorno, al di fuori della donna, nessun altro sembrava di guardia e nemmeno le telecamere erano presenti, -che non temano i curiosi?- si chiese Emgi, mentre rifletteva sul perché della poca sicurezza, se lei avesse vissuto in una città così -ricca, ricca come solo la merce può essere ricca-, si sarebbe assicurata che nessuno potesse rubare, ma qui nessuno sembrava preoccuparsene.

“Amore?” Chiamò la ragazza.

“Uh?” Si girò lui.

“Secondo te, se riusciamo a distrarla potremmo passare?” Domandò lei, lui la guardò e disse.

“Secondo me, qui c’è così poca sorveglianza perché a ‘sti minchioni di Càpite semplicemente non frega un cazzo, sono stati abituati all’ignoranza e non se ne sono mai curati.”

“Ma quanto sei Idiota? Non penso sia andata così; sai?!” Commentò lei.

Una macchina si fermò di colpo al limitare dell’entrata delle scale e un ragazzotto paffutello si diresse verso la rossa.

“Signora, signora, le ho portato i file che mi aveva chiesto.” La donna lo fulminò con lo sguardo.

“In ufficio diamine, ti avevo detto in ufficio.”

“Mi scusi vuole che le porti?” Chiese il colpevole al suo boia.

“No faccio io, tu sta di guardia, nessuno senza il badge può passare.”

Thomàs osservò la scena con attenzione.

“La tipa se n’è andata, perché non riproviamo con questo? Sembra più easy.” Commentò alla ragazza.

“E’ comunque illegale.” Replico lei.

Il ragazzo la fissò eloquentemente.

Thomàs si avvicinò al neo guardiano

“Piuttosto rompicoglioni quella tipa ah?”

L’altro lo guardò, sbuffò e rispose

“NON HAI IDEA, POI É ANCHE IL MIO CAPO…”

“Deve essere frustrante.” Sentenziò infine Thomàs, poi riprese

“Ma considerati fortunato, fra poco la regina la licenzierà.”

“Che intendi…?” chiese confuso l’uomo.

“Sono stato mandato dalla regina in persona, ma lei solo perché mi son dimenticato del badge non ne ha voluto di lasciarmi entrare, spero che tu sia più bendisposto o la nostra sovrana ne avrà due da licenziare” Emgi guardò il ragazzo stupefatta -sta davvero tentando di farci entrare così?-.

Il ragazzone guardò i due e si schiarì la gola

“Scusate, passate pure.”

“È fatta!” esclamò contento il ragazzo.

Sospinsero il meccanismo e uscirono dalla scalinata, lo spettacolo che si presentò, tuttavia, non era minimamente immaginabile.

Non v’era sole, ma la notte scura, la luna si rifletteva sul mare, filtrata dalle polveri dello smog che proveniva da fabbriche in lontananza.

Thomàs ed Emgi erano increduli “Dio, DIO…ecco perché la cupola, altro che rifiuti, qui vi è l’industria!”

“Qui è notte…giù è giorno perché diavolo hanno fatto tutto ciò?” Chiese la ragazza.

“Non lo so…ma lo scopriremo.” Replicò lui.

“E’ assurdo pensarci, il tipo in centro ieri, nemmeno s’era posto il problema, vivono in un giorno finto, senza nemmeno sapere il perché.” Finita la frase, Thomàs si irrigidì di colpo.

La rivelazione giunse a lui come un pugno allo stomaco, sopra la sua testa la lampadina s’era illuminata ed era esplosa colpendolo in pieno viso.

“Amore che c’è?” Chiese Emgi vedendo il volto sconvolto del fidanzato.

“Se nessuno lo sa, chi lavora in quelle fabbriche?” La domanda colpì la ragazza al petto, aveva paura.

Il giovane prese il suo adorato tabacco, ne prese una modesta quantità e lo girò in fretta, aveva bisogno di fumare.

“Ehi di là, che fate? Non è lì la festa!” Una voce in lontananza richiamò la loro attenzione; fattasi e vicina e divenuta uomo proseguì

“Ah…ma non siete di qui? Come ci siete arrivati?” Thomàs prese la parola
“Siamo turisti, volevamo vedere il sole, ma non ci aspettavamo questo.”

L’uomo sorrise, fece segno ai due di seguirlo e li condusse nell’entroterra, fino a raggiungere una radura con altre persone, tutte intorno a un fuoco, tutte con il fuoco in bocca.

“Brava gente di Capite, abbiamo ospiti, fateli sentire a casa loro. Voi siete…?” si girò verso i due.

“Emgi e Thomàs.” L’uomo li guardò.

“Io sono Salva, diciamo che sono a capo della zona industriale.”

 

I ragazzi si sedettero con Salva e conobbero gli altri elementi della superficie, ma non riuscirono a trattenersi dal fare qualche domanda.

“Voi abitate qui, giusto? Siete voi a lavorare nelle fabbriche, siete voi a mandare avanti l’isola, allora perchè siete segregati qua sopra?” L’uomo guardò il ragazzo e sorrise.

“Vedi, non è tutto semplice, noi produciamo ciò che sotto viene venduto, ma per questioni di spazio siamo stati messi qua sopra. Ancora cent’anni fa, le famiglie fecero la scelta di assicurarsi un lavoro di produzione anziché di vendita, solo così potevano essere certi che il lavoro ci sarebbe sempre stato, altrimenti saremmo dovuti essere sottomessi dalle leggi della moda e delle merci.”

“Ma non potete tornare giù? Per quanto spazio vi sia siete comunque chiusi qui, è una schiavitù.” sentenziò Emgi.

“Ragazza mia, ogni due generazioni ci sono dei referendum per tornare giù, ma nessuno sceglie quella vita, qui lavoriamo come cani per 10 ore al giorno, ma abbiamo solidità, abbiamo alcool, droga e tutto ciò che può permetterci di distrarci.”

Subito Thomàs intervenne “può permettervi di alienarvi, più che distrarvi, ve ne state buoni e intanto lavorate senza lamentarvi.”.

Salva si girò verso il focolare, prese una sigaretta e commentò

“Che mi frega, lavoro, fumo, bevo e scopo”.

“Si certo, ma i tuoi diritti? Che lavoro fai?” Emgi non poteva non vederne la falla.

“Io produco, assemblo quel che produco e quel che assemblo non è un mio problema, lavoriamo per 10 ore.” Salva cominciava a spazientirsi.

“Ma sapete che mentre qui è notte, giù pensano sia giorno?” Domandò Thomàs,

“Certo, vedi che forse sono loro i veri schiavi?” Replicò L’uomo.

Emgi non riusciva a digerire tutto ciò.

“Ma questa non è vita, questa è ignoranza, dovreste ribellarvi, sia voi qui in superficie, che sotto, dove nemmeno sanno in che parte del giorno si trovano veramente.”

“C’è chi compra, c’è chi fa, c’è chi spende e chi guadagna; ognuno ha un suo posto nel mondo.” concluse Salva cercando di por fine al discorso.

“Si, ma vivete nello smog, non è così che si cerca un posto nel mondo, non è così che si trovano certezze.” Thomàs non riusciva a trattenersi.

“E come allora?” Chiese falsamente ingenuo il capo dei lavoratori.

“Conoscendo i cicli storici, imparando a conoscersi, cercando emancipazione intellettuale, esprimersi!” Rispose il ragazzo.

“Ma con chi credi star parlando? Ah, abbiamo un dotto qua!” disse ridendo Salva.

I due a quel punto si alzarono, salutarono e tornarono indietro lasciandosi alle spalle quell’amara rivelazione.

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