Amicizia – Aristotele, moralità e il fuoco dell’esserci

Maturità 2018 – Come ben sanno gli studenti del liceo classico, in particolar modo gli uscenti (speriamo per loro), la seconda prova di quest’anno ha avuto come testo di riferimento l’Etica Nicomachea di Aristotele, scritto di capitale importanza per la storia del pensiero filosofico morale, che ha avuto ed ha tutt’ora una grandissima risonanza all’interno del dibattito etico e riesce a restituirci eloquentemente il pensiero morale dello Stagirita.

Occorre precisare che il testo, contrariamente ai dialoghi platonici che hanno un indirizzo divulgativo per un uditorio ben più ampio, non è pensato per esser pubblicato ma si presenta come un insieme di logoi, di lezioni, tenute da Aristotele nel Peripato, raccolte e sistemate poi dai sui discepoli.

L’estratto protagonista della temuta versione è l’inizio del libro ottavo, momento nel quale dopo aver passato in rassegna le prerogative dell’agire morale, le virtù e i vizi dell’uomo, inizia un ampio discorso sull’amicizia che occupa ben due dei dieci libri che vanno a comporre l’Etica a Nicomaco. Bisogna innanzitutto tener conto che il termine amicizia non rende a pieno ciò che Aristotele intendeva con philia, poiché quest’ultimo ha un significato più ampio comprendendo in generale anche la sfera delle relazioni familiari e commerciali.

Precisato ciò, perché l’amicizia? A ben vedere l’opera si apre parlando del bene che è stato definito come ciò a cui tutto tende. Ora, a differenza di Platone che mette a capo una visione del Bene che si presenta come un che di comune, universale e Uno, Aristotele dopo aver affermato che il bene, come l’essere, si predica in più categorie e che ci sono più concezioni di bene, affianca ad una pluralità di fini una pluralità di beni (relativi), ponendo come bene pratico più alto la felicità, l’eudaimonìa. Non a caso il termine ‘pratico’ ricorre spesso nella trattazione: per lo Stagirita la conoscenza del bene non coincide necessariamente con l’agire virtuoso, anzi è proprio nell’agire, nella pràxis, che l’uomo si qualifica come buono. Come più volte chiarito infatti ‘il nostro fine non è la conoscenza, ma l’agire.’ (Etica Nicomachea I, 1, 1095a 5-6; trad. di C. Natali). Dove collocare allora l’amicizia all’interno del trattato? Se l’uomo felice è ‘colui che agisce secondo virtù completa ed è provvisto a sufficienza di beni esteri, non in un periodo di tempo, ma in una vita completa’ (E.N. I, 11, 1101a 14-17), l’amicizia risulta essere una virtù o un qualcosa di connesso alla virtù, ed è un aspetto tutt’altro che accidentale ma necessario nella realizzazione di una vita compiuta (si ricorda che Aristotele non ha di mira il semplice vivere, ma il vivere bene, euzen).

Da cosa è contraddistinta però l’amicizia? Un’importante indicazione la troviamo in 1155b: ‘quando la benevolenza è contraccambiata divine amicizia’. Due cose paiono quindi imprescindibili: benevolenza e contraccambio. Benevolenza è considerata il corrispettivo dell’amore, se non l’amore stesso, ma è nel contraccambio che l’amicizia si qualifica come tale: si può infatti provare benevolenza nei confronti di oggetti inanimati o di estranei, ma un uomo non verrà chiamato amico per questo. A tal proposito Zuckerberg ha certamente letto Aristotele: su Facebook il rapporto di amicizia e di contatto è biunivoco, cosa che non avviene in un altro social network, Instagram, dove il rapporto tra utenti (seguaci) è più simile a quello di ammirazione: amicizia è reciprocità.

E non solo: la benevolenza non deve essere celata. L’amicizia necessita infatti di koinonìa, di comunità: come per gli amanti la cosa più desiderata è la vista dell’amato, per l’amicizia la cosa più desiderabile è il vivere assieme. E caratteristica necessaria per un’amicizia virtuosa è la philauthìa, l’amore di sé o egoismo. Può sembrare paradossale come affermazione ma Aristotele parte dall’assunto che l’amico sia un altro sé stesso, e che i rapporti d’amicizia non siano altro che una derivazione del rapporto che il soggetto intrattiene con sé. Due sono i tipi di egoismo che Aristotele discute, uno negativo e l’altro positivo: la differenza si basa sull’oggetto dell’egoismo, nel primo caso le ricchezze, gli onori, i piaceri corporei; nel secondo sono le virtù, le cose belle e buone, che l’uomo virtuoso persegue più di ogni altre secondo ragione, traendo giovamento lui stesso ed essendo utile agli altri.

Proprio per questo le specie di amicizia che vengono analizzate sono tre, tutte fondate su tre diversi presupposti: l’utile, il piacere e la virtù. Le prime due sono dette per accidente da Aristotele, poiché gli amici cessano di amarsi quando non si ritengono più piacevoli o utili, e il fondamento dell’amicizia non è mai identico a sé stesso poiché il piacevole e l’utile mutano col variare del tempo e dell’età. La virtù invece è cosa stabile, ed è su questo che si fonda l’amicizia perfetta, realizzabile solo tra buoni. Oltretutto i buoni risultano essere buoni sia in assoluto che rispetto all’amico, essendo utili e piacevoli reciprocamente. L’amico così è considerato per sé, e non in vista d’altro.

Alla luce di ciò, cosa può dirci Aristotele oggi? È ancora pensabile un’amicizia relegata nel campo della moralità, dove la parola moralità appare quanto mai vuota e mistificata da un velo d’apparenza? O piuttosto l’amicizia è più vicina ad essere il luogo dell’epochè, della sospensione dei giudizi e della caduta dei preconcetti? Non è forse la dimensione dell’intesa reciproca e dello squarcio di ogni maledetto velo, lo squarcio che l’individuo opera per esserCi come donatore e fruitore di presenza? Dove lo spazio della condivisione resta laico e l’amicizia arde e brucia del fuoco che lei stessa è?

Se da un punto di vista etimologico l’etica, da ethos, è strettamente connessa al contesto sociale in cui si è gettati, con la perdita di significato (o meglio, di presa sul mondo) di quest’ultima insieme ai concetti di virtù e bene, che sopravvivono ancora e si aggirano qua e là come deboli erranti nel mondo, è sbagliato considerare l’amicizia come il luogo dell’amoralità? Dove la sospensione di giudizi morali, che non si qualifica come acriticità ma come purezza visiva, non sporcata da lenti se non quelle che l’Amicizia dona, riesce a far vivere l’amico e il rapporto come un per sé assoluto, ab-solutus, sciolto da qualsiasi eteronomia e rivendicante una peculiarità?

Amicizia è il luogo dove l’esserCi si nutre e gode del suo bruciarsi.

 

‘E quello che vale per sé stessi vale anche per l’amico: riguardo a se stessi è desiderabile la percezione di esserci, e ciò vale anche riguardo all’amico; tale percezione diviene attiva nel vivere insieme, quindi è ragionevole porsi ciò come obiettivo. E quello in cui per ciascuno consiste l’esserci, ciò per cui desiderano vivere, è proprio ciò in cui vogliono passare il loro tempo con gli amici’

(E.N. IX, 12, 1171b 33- 1172a 3)

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