Inventare la tradizione

“La bandiera, l’inno nazionale, l’emblema della nazione, sono i tre simboli attraverso i quali un paese indipendente proclama la propria identità, la propria sovranità; e in quanto tali impongono rispetto e lealtà immediati. Di per sé, essi riflettono l’intera ascendenza, il pensiero e la cultura di una nazione.”[1]

Le tradizioni sono da sempre un mezzo di controllo esercitato dalla classe dirigente sulla popolazione. Tuttavia bisogna tenere presente che sebbene le tradizioni ci appaiano di vecchissima data, in realtà, proprio per quanto detto prima, risultano avere una data di nascita, l’800, e in particolare dalla rivoluzione industriale in poi.

Questo perché? Sono due i punti fondamentali da evidenziare a riguardo: la nascita dello Stato moderno, e dall’altro la formazione di società di massa. Lo stato moderno trova la sua origine nell’età moderna, ma tuttavia vede il suo impulso fondamentale solo nel XIX secolo, viceversa le società di massa devono la loro nascita allo sviluppo industriale, della prima e della seconda rivoluzione industriale. La formazione di gruppi sociali accomunati dal lavoro, e la formazione di una coscienza di classe ha reso la società assimilabile a piccoli o grandi gruppi, trasformandoli in un unico oggetto a cui rivolgere i propri messaggi propagandistici. Messaggi di questo tipo, passavano, e passano tuttora dall’elemento fondamentale della tradizione, il quale da un lato fa da collante tra individui che trovano in quel singolo elemento qualcosa di comune, dall’altro le tradizioni fanno da elemento di forza su cui giocare da parte di quei pochi che vogliono esercitare una forma di controllo sulla popolazione.

L’invenzione della tradizione “è essenzialmente un processo di ritualizzazione e formalizzazione caratterizzato dal riferimento al passato, se non altro perché impone la ripetitività”[2], essa vede la sua formazione grazie a riferimenti passati, esse “potevano essere inventate attingendo ai forniti magazzini del rituale, del simbolismo, dell’esortazione morale ufficiali – la religione e i fasti dei principi, il folclore e la massoneria (a sua volta tradizione inventata, e ricca di forza simbolica).”[3]

Il punto di queste due citazioni si riduce su una questione fondamentale, ossia l’originalità dell’oggetto della nuova tradizione. La stessa religione, a riguardo ne è un esempio, con l’uso di eventi e date, ha applicato esattamente quanto detto sopra, per fare da collante tra strati diversi della società, tra persone apparentemente distanti, ma che ritrovano in queste ‘tradizioni’ la propria ragione di convivenza. In quest’ottica le tradizioni sono il collante perfetto, lo stato, la classe dirigente, o aspirante tale, che si fa portatrice, che trasforma la tradizione stessa in stendardo della propria campagna, che si fa portatrice di quei valori, altro non fa che assumere il controllo su quella massa che si sente accomunata da quella particolare.

Nel libro fin qui utilizzato di Hobsbawm e Ranger, si giunge anche ad una categorizzazione: “a) quelle che fissavano o simboleggiavano la coesione sociale o l’appartenenza a gruppi o comunità, reali o artificiali che fossero; b) quelle che fondavano o legittimizzavano un’istituzione, uno status, un rapporto d’autorità; c) quelle finalizzate soprattutto alla socializzazione, ad inculcare credenze, sistemi di valore e convenzioni di comportamento”[4], di queste tre categorie, sicuramente la più interessante è la prima, in quanto quella di cui ho parlato fino ad ora, ossia legata alla coesione, le tradizioni al fine di fare da collanti. Ma quello che vorrei ora sottolineare è come il soggetto sia la “comunità”, il fine di questo primo tipo di categoria è quello di dare una buona ragione per creare un sistema di inclusione, e quindi, di rimpetto, di esclusione. Questo sistema passa per una tavola di valori, dati anche dalle tradizioni, che altro non sono se non un modo di essere, un modo di dettare il modo di vivere, una forma spesso illustrata, di come debba essere composta la vita di un individuo. Su questo secondo punto soffermiamoci più a lungo: le tradizioni non sono solo un fattore che si ha in comune all’interno della comunità, ma spesso, per la propria presunta, autorità storica, sono una vera e propria educazione alla vita, in due aspetti. Il primo ricade sull’obbligo alla partecipazione, che costringe il cittadino ad adeguarsi, cambiando anche i propri impegni, l’altro, perché attraverso la ricostruzione della tradizione, la riproduzione, essa costringe i singoli a prendere atto che se vogliono far parte della comunità, ognuno dovrà comunque rispecchiarsi in quella tradizione, farla, viverla, non solo passivamente, ma in “prima linea”.

Le tradizioni sono il primo mezzo creato per “installare” nei singoli soggetti le tavole di valori a cui dovranno aderire per vivere in una comunità, fine ultimo di ogni uomo.

[1] Dichiarazione ufficiale del governo indiano, citata in R. Firth, Symbols, Public and Private, London 1973, pag. 341

[2] L’invenzione della tradizione, a cura di Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger, Einaudi, PBE, 2002

[3] Ibid.

[4] Ibid.

 

In immagine un flèche faitière, decoro tipico delle case della Nuova Caledonia, recentemente inserito anche nella bandiera.

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