“Un gran bel giorno di merda.”

31 maggio. 10.30.

La luce colpiva il mio viso. Le finestre aperte lasciavano entrare ampiamente il sole. Credo che non mi svegliò a causa della stanchezza. La sera prima avevo lavorato fino a tardi. Avevo condito più di duecento pizze da solo, il mio collega era appena partito. Finimmo di pulire alle 22.50. Ricordo ancora l’odore di detersivo sulla pelle e il sangue  dal taglio che l’affettatrice aveva inferto mentre la pulivo. Mi alzai dal letto. Oggi sarebbe stato un gran bel giorno di merda. Mi mossi al bagno. Mi infilai nella doccia. L’acqua calda risvegliava i miei sensi e al contempo li riscaldava a palliativo per l’astinenza dal tepore del sonno. Uscii dalla doccia. Mi misi un asciugamano alla vita e mi diressi alla camera. Mi vestii con un paio di pantaloni a scacchi blu, rossi e bianchi; una camicia a maniche corte con fantasie indiane e delle scarpe bianche. Mi feci spingere dal mio corpo alla cucina. Preparai la classica colazione degli ultimi due mesi. Uova, succo d’arancia, pane col burro e un caffè di moka. Guardai il cellulare. Quella sera avrei dovuto vedermi con lei per festeggiare. Speravo di riuscire a vederla anche prima. Non aveva ancora scritto niente. Probabilmente stava ancora dormendo. Amava dormire. Abbandonarsi all’oblio, spegnersi in un continuo buio riposante. Io non lo sopportavo. Era per me il massimo traguardo della noia. Si dorme quando non si ha nulla di importante da fare.  Presi il pacchetto di sigarette che tenevo sui pantaloni da ginnastica che usavo per lavorare. Niente tabacco alle macchinette. Perlomeno erano Lucky Strike Soft. Le mie preferite. Inspirai boccate colme e depositai la cenere nello scarico del lavabo lì vicino. Finita la sigaretta senti vibrare la mia tasca destra. Era lei.

“Buongiorno amore! Auguri!” Disse gioiosamente lei.

“Anche a te…” Risposi annoiato io.

“Stasera andiamo al festival allora?” Chiese.

“Si.”

“Bene vengo da te per le 5.30 allora.” Annunciò.

“Bene, ti aspetto.” Dissi.

“Ti amo.”

Me Too. A dopo.”

Cominciai a ciondolare qua e là per la stanza. Ero nervoso. La testa mi doleva. Mi colpii la testa col palmo della mano per cercare di risvegliarmi dal torpore mattutino. Mai stato una creatura del giorno. Davo il meglio di notte quando le stelle si lasciavano coprire dall’inquinamento luminoso e la luna appena brillava sopra le nostre teste. Ma fanculo! mi sarei lasciato viziare dalle cattive abitudini. Quel giorno, solo per quel giorno ero libero di fare qualsiasi cosa mi passasse per la testa. Mi fiondai in camera. Aprii il primo cassetto alla destra del letto e presi un barattolino trasparente. Dentro la mia piccola aiutante avrebbe contribuito a superare la giornata. Andai a fumare fuori, solo per il gusto di farlo. Accesi. Guardai il mondo fuori casa mia. Un albero mezzo morto si ergeva da un deserto di sassolini bianchi, affianco il giardino rigoglioso del mio vicino. Misi le cuffie. Mi mancava ascoltare musica. Ultimamente non avevo il tempo per farlo. Tra le giornate passate a scrivere, lavorare e scopare, la musica era un solido sottofondo alle mie attività, ma non ci avevo più fatto l’amore. Ascoltai Roots di D’Angelo. I bassi mi cullavano mentre i lievi lick di chitarra fremevano sottopelle. Che voce! Rientrai in casa. Era dannatamente caldo fuori e a malapena si riusciva a respirare. Il mal di testa era ancora lì ad accompagnarmi. Dannazione odiavo l’emicrania. Presi del paracetamolo per provar a farlo passare e mi distesi sul letto in attesa facesse il suo effetto. Mi addormentai. Mi risvegliai sudato, mi schifai. Mi diedi una sciacquata sotto la doccia. Erano le 11.32.  Decisi di rifarmi il caffè. Dopo averlo bevuto fumai una sigaretta. Cominciai a prepararmi il pranzo. Presi della pancetta, due uova e della pasta. Posai la padella sul fornello. Presi dell’olio d’oliva e ne versai un goccio sulla padella. Soffrissi la pancetta. Riempii con dell’acqua una pentola e la misi a bollire. Non appena giunse il momento buttai il sale e due minuti dopo la pasta. Erano le 12.00 e mangiai la carbonara. Andai a fumare una sigaretta in terrazzo quando suonò il cellulare.

“Ehi amore!” risposi subito.

“Ciao..scusa credo di avere un serio problema qui io.” Disse lei con tono preoccupato.

“What’s up?” chiesi io calmo.

“Non so quale font scegliere per questa copertina.” Risposi.

“Ho scaricato questa cartella online di grafiche e sono tantissime non so davvero quale scegliere poi puoi cambiare i colori a partire da diverse copertine pre-impostate e poi puoi rendertela tua cambiando tutto. Quindi potrei partire da zero in effetti……” disse lei sovraeccitata e confusa al contempo.

“Figo. Ti starai divertendo!” dissi io sorridendo, poi continuai pseudo-seriamente.

“Quando mi farai una copertina?”

“Quando scriverai un romanzo intero.” Rispose lei sarcastica.

“Umpf.” Grugnii io al telefono.

“Hai mangiato?” Chiese lei.

“Yep.”

“Scritto un po?” Chiese ancora.

“Nope.”

“Bye Bye! Ci sentiamo dopo. Scrivi idiota. Love you.”

“A dopo…ti..” Cercai di rispondere mentre mi chiudeva la chiamata. Era sempre così ogni volta. Accesi la sigaretta. Finii di fumare e tornai dentro. Mi sedetti sul computer e scrissi fino alle 15.30 circa. Bevetti un altro caffè. Lasciai cadere il mio corpo sul divano e mi misi a riflettere. Necessitavo di ricapitolare cosa avessi scritto fino a quel momento. Non lo feci. Mi persi ad ascoltare la musica che ancora fuoriusciva dalle casse del computer. Non mi addormentai, ma la calura rendeva davvero difficile star sveglio. Per un momento immaginai di esseri Spagna e poter dormire tutto il giorno per poi far la movida toda la noche. Tornai a scrivere fino alle 17.35. Suonò il campanello. Era lei. Era bellissima. Una canotta tribale blu scuro, pantaloni marroni, scarpe bianche. Il tutto riempito dalle abbondanti forme che mi facevano voler divorare quel corpo. L’abbracciai e la baciai con foga. Lei si strinse a me e ricambio con la stessa forza. Le strinsi le natiche e l’abbracciai di nuovo.

“Ciao amore!” Dissi io sorridente.

“Ciao!”  Disse lei, poi continuò:

“Fatto qualcosa oggi? Perché chiederlo? Uh guarda c’è il tuo gatto… Ciao gatto! Fai un poco schifo sai?” Vorticò parole lei continuando a distrarsi.

“No! Ho fatto qualcosa dai. Ho scritto sai?” Dissi io pavoneggiandomi. Lei mi  fissò dritto negli occhi come se volesse indagare le mie parole.

“Cazzate! Che fresco qui.” Si sistemò sotto il condizionatore. Si tolse le scarpe. Andò in cucina. Si buttò sul divano e prese a osservare i quadri della stanza.

Io mi avvicinai piano. Salii sul divano e mi posizionai sopra di lei. Mi guardò.

“Cosa credi di fare?” Sorrise maliziosamente.

Io la baciai sulle labbra. Continuò a serrarle sorridendo. Io la baciai sul collo. Scesi piano con la bocca fino al suo seno. Le sollevai la coppa del reggiseno, lei mi prese la testa con le mani e mi spinse contro i suo petto. Leccai il capezzolo e lo morsi piano. Ci baciammo intensamente. Le tolsi i pantaloni e lei tolse i miei. Continuammo a baciarci. Lei mi prese il pene tra le mani e se lo mise dentro. Eravamo un tutt’ uno. Scopammo per un’ora lei venne prima, poi ancora. Io dopo di lei. Mi alzai dal divano mentre riposava. Presi una sigaretta. L’accesi. Fumai. Lei si alzo e si rivestì. La fissai negli occhi. Sorrisi. Mi guardò.

“Ho fame!”

“Faccio da mangiare?” Risposi io rassegnato.

“Siiii!!” Rispose.

Andai al frigo. Presi carote, zucchine, cipolla. Aprii il freezer. Presi dei frutti di mare. Avrei fatto un risotto. Mi sbrigai a cucinare, saremmo dovuti andare al festival entro un paio d’ore. Ci sedemmo per mangiare, lei aveva preparato la tavola. Io servii sui piatti la pietanza. Divorammo il pasto. Spreparai la tavola alla svelta. Partimmo. Arrivammo alla festa. La musica era forte e si sentiva dal parcheggio. Entrammo nello stabile. Ci stava aspettando Comma. Sembrava un enorme garage dove la musica risuonava rimbombando tra le pareti in metallo sottile. Era un rave. Un fottuto rave. Realizzati che come al solito Gigi non aveva capito un cazzo. Non volevo un fottuto rave. Guardai attorno. Vidi il bancone del bar. Feci un segno con la mano alla mia compagna e ci dirigemmo a bere. Arrivati di fronte alla barista, una rossa in short con una maglietta attillata bianca, ordinammo.

“Una birra.” Dissi io.

“Potrebbe farmi della sangria?” chiese lei.

“Si, certo.” rispose la rossa, che nel frattempo stavo squadrando. Avevo un debole per i capelli rossi.

“Una sangria grazie.” Concluse infine.

Prendemmo la nostra medicina e ci rintanammo dalla folla. Arrivati su un tavolino ci sedemmo. Lei mi guardò con un sorriso malizioso.

“Guardata bene?” Chiese continuando con quel sorriso.

“Cosa?” chiese io falsamente ingenuo.

“Cosa?” Fece il verso lei.

“Dai, l’ho vista, ma non l’ho guardata.”

“Scusa?”

“Si, ti spiego. Poniamo il fatto che se dotati della possibilità di vedere, questa non cessa così all’improvviso. Ponendo inoltre che questa sia una facoltà passiva, se puoi vedere, non puoi non vedere; ecco che io ho visto passivamente, ergo non ho guardato.” Mi giustificai io.

“Si, ma poi l’hai rivista testa di cazzo. Belle tette però! Vorrei stringerle. Lei ti andrebbe bene per la cosa a..”

“No! Niente cose a tre lesbicona!

“Uffi.” Concluse lei.

Vedemmo in lontananza avvicinarsi il nostro amico.

“Ciao tosi[1]! Auguri Thomàs! Come state?”

“Bene dai, hai visto Gigi?” Chiesi io

“Vero che manca” Continuo lei.

“Non so starà arrivando, ha proposto lui il posto d’altronde” Sentenziò Comma.

“Ma è da lui arrivare in ritardo. Peggio di te.” Dissi guardando la mia amata.

“Cosa vuoi dire?” Chiese scocciata mentre il nostro compare rideva.

“Io? Niente.” Dissi sorridente.

“Senti! L’arte richiede tempo, scegliere cosa indossare è come avere a disposizione una tavolozza di colori da abbinare, se lo fai male fa schifo, meglio prenderci tempo.” Spiego lei.

“Ne son convinto!” Dissi io con la miglior faccia da sberle che potevo esibire. Mi tirò un calciò sugli stinchi.

“Ahia, testina…” Esclamai.

“Ben ti sta.” concluse lei, mentre Comma era in lacrime dalle risate.

Passammo un’oretta circa a parlare, quando decisi di voler fumare. Convocai i miei alleati e spiegai la missione. Ci avviammo insieme verso la terra promessa. Uscimmo dal retro dello stabile e mi sedetti per girare. Cominciai a notare dei suoni così come i miei compagni. Mi girai di 180 gradi e guardai oltre la siepe. Era Gigi e si stava facendo fare un  pompino da una ragazza dai capelli color platino.

“Gigi! Vien’ qua quando finisci.” Urlai nella sia direzione. Lui si girò. Mi guardò e mi diede l’ok con la mano. Finii di girare quando arrivò da dietro di me.

“Ragazzi. Auguri vecchio mio.” Disse mentre si stava protendendo ad abbracciarmi. Ricambiai. Fumammo insieme quando a lei arrivo un messaggio. La guardai, si era incupita.

“Mia mamma, cazzo! Vuole che torni a casa subito.” Disse lei seria in volto.

“Maddai, sa ch’è il mio compleanno, potrebbe farti stare più tardi sei grande ormai.” Dissi scocciato io.

“Si, ma sai com’è fatta…” Disse tristemente lei.

“Ok allora.”

“Scusa amore, poi ti scrivo.” Concluse.

La accompagnai alla macchina. Ci scambiammo un lungo bacio e la guardai andare via. Tornai alla festa. Mi diressi verso Comma e Gigi al balcone degli alcolici. Ordinai una birra e riguardai sorridendo la rossa.

“Bene veccio, propositi per l’anno di vita nuovo?” Chiese Gigi.

“Voglio finire il romanzo e smettere on la pizzeria.” Risposi.

“Perché smettere? Fai soldi comunque.” Domando il terzo guardandoci.

“Perché fa schifo!” Affermò Gigi che lavorava con me.

“Mmm…è cosa pensi di poter trovare di meglio?” Chiese l’altro.

“Spero in un lavoro da Barista, prendi più soldi e puoi, insomma, ciavar[2] un paio di bicchieri.” Dissi io sorridendo.

“Il barista che beve più del cliente.” Commentò Comma che intanto giratosi aveva visto qualcuno.

“Ragazzi io vado un’attimo a salutare uno che conosco.” Disse dirigendosi verso la folla. Io e Gigi intanto tornammo al balcone e vedemmo anche noi qualcuno che conoscevamo. Pasqua stava bevendo uno shot insieme ad altri ragazzi che conoscevo di vista. Ci notò di rimbalzo, si avvicinò e ci abbracciò.

“E’ il suo compleanno veccio, fagli gli auguri!” Disse il mio amico guardando Pasqua.

“Auguri! Adesso ci pensiamo noi a te.” Disse lui mentre si avvicinava ai suoi amici. Passarono pochi minuti e mi ritrovai davanti 12 shot. Ne bevetti la metà e la testa continuava a girare. Mi passarono dei cocktail e ne bevetti due. Non mi sentivo più la testa, tutto pareva girare, la musica mi tormentava, cercai di rimaner lucido sapevo che avevo bevuto troppo, sperai solo che l’alcool non salisse tutto d’un colpo.

 

Erano le 10.30 del mattino. Mi guardai attorno. Ero in ospedale. Cercai freneticamente il cellulare. Lo trovai. Era arrivato un messaggio da lei. “So tutto, sei un coglione. Mi chiedo che ci faccia con te.”

 

[1] Ragazzi in dialetto veneto.

[2] Rubare in dialetto veneto.

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