Il “mal bianco”

«Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono»

Cecità è un romanzo di José Saramago pubblicato nel 1995 e vincitore del premio Nobel per la letteratura portoghese.

Considerata ormai oggi un classico internazionale, l’opera gode di grande successo non solo per la particolarità della trama, ma soprattutto per i temi trattati e i riferimenti alla nostra società. É un libro dunque, che vuole e che deve far riflettere il lettore.

La vicenda ha inizio in una città non definita e in un tempo non definito. Un uomo in macchina è fermo al semaforo, ma allo scattare del verde, l’automobile non parte. No, non si tratta di un problema meccanico, l’automobilista è diventato cieco. É una cecità che non comporta il buio, ma il bianco: è come se si fosse immersi in un «mare di latte[1]». Un secondo uomo si offre di aiutarlo a tornare a casa con il fine di rubargli la macchina, ma una volta eseguito il furto, diviene cieco anche lui. In poco tempo scatta una reazione a catena che porta inspiegabilmente tutta la popolazione a divenire cieca, compresi gli altri personaggi del romanzo tra cui un medico, sua moglie, la moglie del primo cieco, una ragazza dagli occhiali scuri, un bambino strabico e un vecchio con una benda nera. Tutti i personaggi sono riconoscibili solo per le loro connotazioni sociali o fisiche proprio per enfatizzare l’anonimia. Sono tutti colpiti da questo male.

Piccolo particolare decisivo ai fini del susseguirsi della trama: la moglie del medico è l’unico personaggio a conservare la vista per tutta la durata del romanzo, ma per non dividersi dal marito, finge di essere cieca per poter stare accanto a lui. Saranno questi occhi a condurre il lettore nella lettura.
Saramago ci immerge presto in un clima che scatena panico e terrore in tutta la città. Le istituzioni perdono il loro valore, la società si disgrega con la diffusione del «mal bianco[2]». Si assiste a momenti di isolamento e di integrazione forzata, a eventi deprecabili che rivelano l’orrore e la brutalità che l’uomo può compiere quando è in preda a una condizione di angoscia e non è sottoposto ad alcun potere.
Attraverso la metafora della cecità Saramago vuole mostrare la condizione primitiva dell’uomo, senza alcun eco di civiltà, una bestialità in tutto e per tutto. Il rimando non può che essere al concetto di «homo homini lupus» ripreso e discusso nel XIV secolo dal filosofo inglese Thomas Hobbes.
Siamo in presenza di un’umanità primordiale e feroce, incapace di vedere con lucidità e di distinguere i fatti su base razionale. Potere, violenza, indifferenza, egoismo, sopraffazione sono tutti elementi straripanti del romanzo.

È un’umanità non più umana, l’oscurità ha pervaso l’animo. La perdita della vista è il collasso della ragione.
In questo mondo rovesciato, in cui l’uomo ha perso la sua natura, sopravvivono però, come già anticipato, due occhi vedenti, non colpiti dal «mal bianco». Sono la luce della ragione, l’utopica speranza capace di conservarsi e di alimentare quella che negli altri va scemando. La moglie del medico (non a caso, un soggetto femminile) diviene così il personaggio che si addosserà tutte le azioni e le responsabilità del momento e che condurrà gli altri protagonisti ad una salvezza apparente. Il ritratto che ne deriva è quella dell’eroina che agisce mettendo a disposizione tutta sé stessa spesso risultando come un destino silenzioso che opera per il bene di tutti.

Nella parte finale dell’opera, quando ormai il peggio sembra essere passato, i protagonisti discutono e ragionano su ciò che è accaduto loro. Affiora una riflessione generale ricca di emozioni e presentimenti. La cecità appare ora non più un fenomeno scientifico inspiegabile, ma uno stato dell’essere umano. Non è dunque la cecità ad aver trasformato i cittadini in bestie perché «il buio non morde né ferisce[3]».

Cecità è un invito a guardare il nostro tempo e le sue contraddizioni, a fare i conti col buio che si cela dietro le nostre paure con il proposito di saper riconoscere i cattivi. Siamo tutti uguali perché ugualmente ciechi. Tutti uguali perché la nostra cecità toglie speranza al mondo.

È una lettura che vi travolgerà, piomberete in una realtà che sembrerà frutto dell’assurdo, l’ombra oscura della luce in cui viviamo.

[1] José Saramago, Cecità, Milano, Feltrinelli, 2010.

[2] Ibid.

[3] Ibid.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *