Il Principe. Tra Machiavelli e Gramsci

La lettura di Il Principe di Machiavelli mi ha sempre suscitato un particolare interesse fin dagli anni del liceo. In particolar modo, oltre ai temi intrinseci all’opera, la mia attenzione si è sempre soffermata sulla tendenza di descrivere il pensiero di Machiavelli con la nota espressione «il fine giustifica i mezzi». Ho sempre sostenuto, però, che non si possa ridurre la grandezza di questo personaggio a una semplice affermazione totalmente generale.

Il Principe è probabilmente l’opera per la quale Machiavelli è ricordato maggiormente poiché ha provocato numerosi dibattiti, con consensi e gravi dissensi, proprio per i contenuti sempre attuali che l’opera contiene, come il rapporto tra politica e morale, tra essere e dover essere.

Emerge nel Principe forse la parte più nobile di Machiavelli; emerge la sua maestà, a molti invisibile, pronta a colpire il volto dei grandi.

Il trattato fu scritto da Machiavelli durante il suo confino all’Albergaccio (celeberrimo è il suo carteggio con Francesco Vettori) dopo che i Medici, rientrati a Firenze, lo avevano rimosso dal suo incarico di segretario della seconda Cancelleria della città. Non potendo più avere contatto diretto con la politica, Machiavelli si volge a considerarla da lontano in una condizione di impossibilità per l’agire; distaccato dalla realtà effettuale, scrive di politica come una passione dalla quale non si è ancora guariti.

Alla base della riflessione di Machiavelli vi sono un rapporto diretto con la realtà storica, in cui egli era stato impegnato in prima persona grazie agli incarichi svolti nella Repubblica fiorentina (precedente il ritorno dei Medici), e una lucida coscienza della crisi che l’Italia a lui contemporanea stava attraversando. Si potrebbe affermare che Machiavelli inventò il telescopio politico prima che Galileo inventasse il cannocchiale e che, rimanendo all’interno della metafora celeste, ponga il suo interesse tra le costellazioni degli Stati trovando le leggi del loro nascere, del loro moto e del loro spegnersi.

Particolarmente interessante è l’analisi elaborata da Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere, che riprende la figura del Principe reinterpretandola e adattandola alla sua epoca in maniera del tutto esclusiva, come mai nessuno aveva fatto.

Antonio Gramsci, intellettuale, giornalista, filosofo, critico letterario, fu una delle figure più emergenti del panorama politico e culturale novecentesco italiano.

Divenuto segretario generale del partito comunista d’Italia (Pcd’I) risultò un personaggio politico assolutamente sgradito al regime fascista, tanto da essere incarcerato per vent’anni. «Bisogna impedire a questo cervello di funzionare» aveva detto Mussolini a proposito di Gramsci; ma con i trentatré Quaderni del carcere egli affida alla scrittura il frutto delle sue riflessioni, le quali presentano una straordinaria testimonianza di consapevolezza storica e di forza morale, un enorme tesoro di cultura.

Come Machiavelli, dunque, anche Gramsci è costretto a vivere una condizione di isolamento dalla realtà e di forzata inattività politica, non potendo più averne un contatto diretto, ma in condizioni ben peggiori rispetto all’esilio dell’Albergaccio dell’autore fiorentino. É una svolta che segna il passaggio dalla militanza politica alla filosofia della politica, per certi versi proprio come per Niccolò Machiavelli.

Gramsci ha ben compreso che la scienza politica del pensatore fiorentino non poteva essere distolta dal contesto storico in cui era stata idealizzata. Il Principe deve essere ritenuto espressione necessaria del suo tempo, strettamente legato alle condizioni e alle necessità della sua epoca. Gramsci tenta invece di determinare l’attualità di Machiavelli non fermandosi davanti alla semplice ricostruzione storiografica della nascita di una teoria politica. Per Gramsci, Machiavelli non è una metafora o un’analogia esterna, ma un punto di riferimento e un termine di confronto di tutta la sua evoluzione politica. Egli si concentra sul carattere pratico-politico del Principe e sul fine che Machiavelli si pone: il principe doveva essere «fondatore di Stati». Senza entrare nel dettaglio del pensiero gramsciano, mi preme però evidenziare un fatto, un altro legame tra Gramsci e Machiavelli: anche l’autore dei Quaderni del carcere individua il proprio principe: il partito politico rivoluzionario.

Dal punto di vista dell’uomo postmoderno del XXI secolo il pensiero gramsciano può risultare totalmente pura utopia. Egli si trovava di fronte a uno scenario storico che presentava una politica senza rivoluzione e che, nelle pagine dei suoi Quaderni, aveva tentato di dominare cercando di uscire dalla prigione dei totalitarismi del suo tempo senza però ottenere un risultato concreto.

Volendo leggere in chiave negativa il rapporto Machiavelli-Gramsci possiamo sicuramente affermare che entrambe le teorie politiche non sono mai riuscite ad attuarsi.

Al di là, però, del legame biografico (non credo del tutto casuale) e teorico tra i due pensatori politici, la chiave di lettura più interessante è però quella espressa da una citazione di Giuseppe Prezzolini durante il quinto centenario della nascita di Machiavelli.

«Dante eccettuato e forse Petrarca, quale altro autore godeva di una pari fama fuori dal proprio paese? Perché Machiavelli è diventato più che il nome di uno scrittore, quello di un mito?[1]»

La disputa sul Principe ha generato un’infinità di critiche, apprezzamenti, giudizi e sentenze, malgrado le condanne inflitte all’opera, senza però arrivare a stabilirne un’interpretazione completa tanto da lasciare aperte alcune contraddizioni ancora oggi.

La certezza è che in ogni epoca, passata e che verrà, Il Principe è stato e sarà letto in maniera condizionata dagli eventi storici stessi. La curiosità è che, forse, non si stabilirà mai una vera e unica chiave di lettura per questa monumentale ed eterna opera letteraria.

[1] Giuseppe Prezzolini, Cristo e/o Machiavelli, Palermo, Sellerio, 2004, p.81.

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