La storia maestra di vita

Che senso ha ad oggi parlare di Storia? Oggi giorno nelle scuole la storia viene messa in secondo piano, lasciata dietro a filosofia, e spesso è vittima dei tagli, che per varie ragioni devono applicare i professori. E pure la Storia rimane una disciplina che ha il merito di insegnarci a non commettere gli stessi errori. Cicerone scrive nel De Oratore (2, 9, 36), “Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis”, tradotto: “La storia in verità è testimone dei tempi, luce della verità, memoria di vita, maestra di vita, messaggera dell’antichità”. Queste parole servono ad educare l’oratore, che nel mondo romano di Cicerone (I sec. a.C.), è una figura di primissimo piano della società della città di Roma. Non potevano ignorare la storia chi doveva parlare al pubblico, non doveva ignorare la storia chi aspirava ad occupare una carica in un qualsivoglia misura diretta al controllo della popolazione. Esiste una ragione di fondo in queste parole? E domanda ancor più importante, hanno ancora un significato queste parole dell’avvocato di Roma?

Il concetto di storia dall’antichità ad oggi è molto cambiato, per Tucidide, può far storia solo chi ne è testimone, perché la storia deve essere vera, e per essere vera deve rispondere ai sensi umana, deve essere vissuta. Aristotele, nella Poetica, parla di Storia e poesia, e attribuisce alla seconda un ruolo di maggior importanza, in quanto la storia parla di ciò che è stato e non poteva che essere altrimenti mentre il poeta parla di ciò che sarà, dell’ipotetico, e rende possibile qualunque cosa. Ma questi sono solo due esempi, Cicerone, invece mette in luce l’importanza, pone la disciplina della Storia nell’Olimpo delle scienze. È di questo che secondo me si dovrebbe ancora parlare, e sempre con maggiore vivacità. La storia è disciplina, ma è anche e soprattutto arte. Il poeta parla di arte come qualcosa che sarà, la storia è l’arte di ricostruire, secondo la legge della veridicità, ciò che è stato. La Storia insegna, insegna a non sottovalutare ciò che è stato, insegna a non commettere gli stessi errori, ma ci educa anche ad una nuova forma di pensare, ci educa alla critica. Marc Bloch, il fondatore degli Annales, insieme a Lucien Febvre, scrive intorno agli anni’40, un libro destinato a diventare un caposaldo per la storiografia moderna, l’Apologia della storia (o mestiere di storico), ed. Einaudi. In questo libro, rimasto incompiuto, lo storico ci insegna a pensare in maniera storia, a dedicare attenzione alle fonti, a non sbarazzarci dei falsi, ma a trarre verità anche da essi, ma cosa ancor più importante, ci fa riflettere su due parole, che spesso passeggiano braccio a braccio, per le vie della nostra vita: giudicare e comprendere. Allo storico non è concessa la prima, eppure troppo spesso abbiamo visto sentenze su eventi, che ci hanno messo nell’ottica di giudicare a nostra volta. Un po’ come il sistema giudiziario americano, quando un giudizio, prende forma di legge, così le sentenze, nel caso degli storici, spesso prendono la forma di una nuova tavola di valori, alla quale consciamente o inconsciamente, noi aderiamo. Questo nostro aderire comporta sempre, o quasi, l’espressione, alla fine della comprensione di una sentenza, come fossimo dei giudici, e non degli studiosi. È difficile uscire da questa morsa, non perché ci manchi la volontà, o la forza, ma piuttosto perché nascendo e crescendo, noi veniamo educati, e questa educazione è già in sé una tavola di valori, poche volte abbiamo visto l’alunno rompere con le direttive, queste tavole di valori accecano la ricerca, e spesso spingono gli studi verso strade cieche, con solo l’apparenza di grandi scoperte. Cicerone parla di Storia come “luce della verità”, il sistema di studio storico, quando e se prende atto delle considerazioni sopra, spingerà sempre verso la verità. Una verità, che si compie in primo luogo nella ricerca stessa, nel desiderio, nell’ardore della scoperta, ma ancor più nella metodologia, che deve essere in primis: critica. Critica, non nei termini di difficoltà, ma critica nel senso che deve essere analitica, di ricerca, e di “perché”, fatta di domande, e di motivazioni, ricercate a loro volta nelle fonti. Ognuna di queste fonti deve avere un valore, un significato, un’ideologia, ricercarla, analizzarla, e comprenderla, questi sono gli obiettivi dello storico che non può permettersi di esprime giudizio.

Cicerone aveva capito questo, il mondo romano aveva capito questo, o almeno quello più colto, e di questo metodo si era fatto garante e portatore. Per secoli fu portato avanti, e in alcuni autori è anche tornato alla ribalta. Ma ha sempre incontrato l’opposizione di chi, dalla verità ha solo da perderci. Oggi più che mai dobbiamo ritrovarlo, oggi, che siamo vittime incondizionate della televisione, dei social, delle parole di pochi, oggi il mondo deve riscoprire la sua ricerca critica e fare di essa la sua arma.