IL CERVELLO È NELLA MEMORIA

Tra le pagine più famose della filosofia francese troviamo la tesi sostenuta da Henri Bergson, nel suo celeberrimo lavoro intitolato Materia e memoria, secondo la quale è il cervello ad essere nella memoria. Vediamo come è possibile sostenere una tesi che appare così paradossale.

Innanzitutto parlare di memoria significa già dover fare i conti con concetti come ricordo e tempo nelle sue tre convenzionali dimensioni. Va da sé che la memoria, durando, trascorrendo, fluendo, commercia secondo il ritmo del tempo con quei ritagli di flusso, quelle tappe del trascorrere che chiamiamo ricordi. La differenza tra un momento già trascorso e un momento che sta per trascorrere è fatta dell’aggiunta del ricordo lasciato da ciò che è trascorso a ciò che sta per trascorrere: ad ogni attimo si aggiunge, cioè comprende, il ricordo dell’attimo appena passato. È a partire da questo dubbio che Bergson inizia a dare uno statuto ontologico al passato perciò è importante vedere come il ricordo in realtà si conserva in se stesso, ma procediamo per gradi. Il senso comune vuole che i ricordi si conservino nel cervello. Eppure tra ricordo, dimensione del passato, e cervello, dimensione del presente in quanto immagine tra le immagini[1], vi è una differenza di natura infatti: in che modo un passato, cioè una non presenza, può avere a che fare con un’attualità delle sinapsi celebrali? Gli impulsi neuronali sono solo al presente e come può un non presente essere inscatolato in un atto al presente? Posta in questi termini la questione risulta in tutta la sua assurdità. Vediamo subito come è il caso di preparare il territorio prima di spiegare l’articolazione tra passato, ricordo e memoria:

“Dobbiamo ravvisare il passato in modo del tutto diverso da come la filosofia e il linguaggio ci hanno abituato a fare. Tendiamo a rappresentarci il nostro passato come inesistente e i filosofi incoraggiano in noi questa naturale tendenza. Per loro come per noi, solo il presente esiste da sé: se qualche cosa sopravvive del passato, ciò accade in virtù di un soccorso che il presente gli presta […] attraverso l’intervento di una certa funzione chiamata memoria, il cui ruolo sarà di conservare eccezionalmente tali o talaltre parti del passato immagazzinandole in una specie di scatola. Errore profondo! Errore utile, vedo bene, necessario forse all’azione, ma mortale per la speculazione.”[2]

Tra materia e memoria, tra presente e passato ci deve essere una differenza di natura perciò non possiamo concedere che il ricordo si conservi nel cervello. Il passato si conserva in sé, tenuto insieme né da un cosa, come un cervello, né da un chi, come un’individualità. La continua durata del passare fa corpo con sé stessa. Se noi assegnassimo un chi o un che cosa alla continuità precipiteremmo in una tappa della continuità. Forse ci è difficile pensare una sopravvivenza in sé del passato perché siamo convinti che il passato non sia più, come se avesse cessato di essere. Ma così “confondiamo l’Essere con l’essere-presente.”[3], che è la stessa confusione che passa tra ontologia e ontico. L’etimologia della parola presente deriva dal latino prae-sum dove prae significa vicino, innanzi, mentre sum significa sono quindi presente significa essere vicini, al cospetto di qualche cosa. Ma vicinanza non è aderenza: il presente è sempre tutto teso verso il non essere, puro divenire sempre fuori di sé. Nel suo darsi anche si schiva. La stoffa di cui è fatto il presente non è l’essere ma l’agire utile. Il passato non agisce più perciò non è più nell’ordine dell’utilità, ma questa sua essenziale inattività non significa che abbia cessato di essere. Anzi l’essere del passato si conserva in sé in opposizione al presente che si pone fuori di sé. L’autenticità ontologica nella filosofia bergsoniana si situa più nella dimensione del passato che in quella del presente, in quanto ogni presente continuamente scade in un “era”, mentre il passato, che è, si conserva eternamente in ogni istante. È  questa la differenza di natura tra passato e presente.

[1]Immagine tra le immagini: del nostro cervello abbiamo sempre e solo una immagine. Immagine virtuale nel momento in cui si pensa al cervello, immagine reale nel momento in cui si vede dal vivo un cervello.

[2]Henri Bergson, Pensiero e movimento, Bompiani, Milano 2000, cit. p. 141.

[3]Gilles Deleuze, Il Bergsonismo, Feltrinelli, Milano 1983, cit. p. 49.

 

La poesia in immagine è dell’autore.

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