“Ma io voglio fare il cazzo che mi pare!”

12 luglio. 10.03.

 

Mi svegliai di scatto. La sera prima era stata un brutta serata. Avevamo litigato tutto il giorno ed io ero andato a bere con Fil. Sempre il solito coglione. Bravo! Così vanno affrontati i problemi: perdendosi, lasciandosi andare e dimenticando ciò che provoca dolore. Una ricetta infallibile. Il cellulare stava squillando. Era lei. Risposi.

“Pronto amore…” dissi.

“Ciao…credo dovremmo vederci e parlare.” Disse lei.

“Concordo…quando?”

“Questa sera?” Proposi.

“Ok…” Disse lei.

“Ci sentiamo per messaggio dopo?” chiesi.

“Non lo so…” rispose.

“Ok.”

Chiuse la chiamata. Io posai il cellulare. Mi misi seduto sul letto. Presi la busta di American Spirit che tenevo sopra al comodino. Arrotolai una sigaretta, la portai alla bocca. L’accesi. Guardai il soffitto e m’incantai a fissare le piccole incongruenze della pittura giallo scuro. Cicatrici nel muro qua e là disegnavano figure che solo nella mente potevano prendere vita. Mi alzai definitivamente. Me ne andai alla cucina. Non avevo fame, non avevo voglia di niente. Presi la moka che tenevo sulla mensola affianco ai fornelli e mi feci un caffè. Fumai un’altra sigaretta. Seduto al tavolo, fissando il posacenere in vetro dove ero solito uccidere il mio vizio, pensai. Pensai che ero stanco di litigare, ogni volta sembrava io non avessi mai ragione, che fossi io l’unico a sbagliare, ma che cazzo! Lei doveva smetterla di comportarsi da bambina. Ogni cosa dicessi pareva potesse offenderla od offendere qualcuno, solo perché “non penso prima di parlare”, come diceva lei. Non è che non pensi a ciò che dico, solo chi cazzo se ne frega se qualcuno è così stupido da prendersela per le mie parole, non che poi lei fosse meglio. Lei pensa male, ma non ha le palle per dirlo. Quante volte l’ho sentita insultare qualcuno alle spalle. Certo, secondo lei, se non sente non si offende, se non si offende allora va bene. Sciocca! Come può venire a parlare a me di essere un cinico e un insensibile quando lei fa l’ipocrita. Ero stanco di essere in collera. Spensi la sigaretta ormai finita. Ero ancora in mutande. Mi misi dei pantaloni sabbia, una camicia turchese e delle inglesine marroni. Presi il tabacco e me lo misi in tasca. Uscii. Avevo bisogno di riflettere sul da farsi.  Non ero sicuro di sapere come volevo le cose andassero. Credo che volessi rimanere insieme a lei, ma non ero sicuro. L’amavo, l’amavo molto ed ero consapevole fosse una delle poche persone che avrebbero saputo gestire la mia persona, ma non ero più sicuro fosse in grado di capirmi. Non sapevo se sarebbe stata in grado di apprezzare ancora chi sono col proseguire degli anni e mi spaventava l’idea di ritrovarmi solo tutto d’un tratto. Presi il telefono dalla tasca e chiamai Fabio. Avevo bisogno di fumare, non sarei riuscito a calmarmi altrimenti.

“Pronto Fab non è che potremmo vederci? 15 minuti al massimo.” Chiesi io.

“Certo, ti aspetto fra mezz’ora in piazza.” Rispose lui.

“Ottimo.” Chiusi la chiamata.

Pensai a che a fare per ammazzare il tempo, presi a camminare per le strade del paese. Era ormai mezzodì e la frenesia dei mezzi che conducevano i lavoratori alle loro case si fece più pressante.

Osservai le automobili e i loro conducenti, sembrava non aspettassero altro che passare a casa quell’ora e mezza che li separava dal rientro pomeridiano al lavoro. I più volevano solo riposarsi nella loro comoda casa, alcuni volevano riabbracciare i figli e altri la donna che amavano. Non volevo fare quella fine. Era ormai passata mezz’ora e mi avviai alla piazza. Vedevo Fabio in lontananza. Mi salutò.

“Wei! Come va Thomàs?” chiese lui.

“Bene dai, tu?” Risposi sbrigativo io.

“Bene, bene. 15, giusto?” Chiese.

“Sì.” Risposi.

“Bene. Ti fermi a far due parole con gli altri o scappi?” Chiese mentre ci scambiavamo i doni.

“Perché non fermarsi?” Risposi io.

Girai velocemente. Mi sedetti insieme agli altri. Erano ragazzi che per lo più non conoscevo, alcuni li avevo visti di sfuggita altre volte, ma non avevo mai avuto modo di conoscerli realmente. Tra di loro spiccava una ragazzina bionda che avrà avuto all’incirca 15 anni. Sembrava molto arrabbiata.

“Sono degli stronzi! Io me ne vado via da là.” Disse lei.

“Per andare dove a casa di Giò? Hai vitto e alloggio pagati? Solo se gli fai le pulizie però! Piccola Cenerentola, magari ti dà anche 50 euro.” Disse uno dei ragazzi, probabilmente un mio coetaneo.

“Chissenefrega da quando mi hanno beccata, a malapena mi parlano, come non averli.” Proseguì lei mentre io cominciavo a intuire il problema. Genitori anche io ne avevo parecchi di problemi con loro.

“E allora? Smettila con sta stronzata del vendere e vedrai che in un paio di mesi sarà tutto come prima.” Disse il ragazzo.

“MA IO VOGLIO FARE IL CAZZO CHE MI PARE!” Gridò lei.

L’altro le si avvicinò e le mise una mano sulla spalla.

“Ascoltami. Ora ti dico come vanno le cose quando si vive da soli. Ti svegli il primo giorno e pensi sia fantastico, poi ti accorgi che devi fare cose mentre prima eri a riposare a casa. Il secondo giorno stai di merda, devi fare le faccende e sei sola. Il terzo giorno, il quarto o il quinto…beh immagino tu abbia capito come andrà.”

La ragazza guardò l’amico, non credo abbia capito cosa intendesse dire, ma ero contento che avesse qualcuno del genere vicino nonostante non conoscessi nessuno dei due. Finii di fumare. Spensi il morto che tenevo tra le dita. Salutai e me ne andai. Avevo i miei problemi a cui pensare. Si era fatta l’una. Il sole meriggiava pallido e assorto. Io tornato a casa mi buttai sul divano. Ero troppo stanco per mangiare. Guardai il cellulare. Era arrivato un messaggio:

“Fra un’ora son da te. Parliamo.” Era lei.

Girai una sigaretta. Fumai e crollai. Mi risvegliai al suono del campanello. Aprì la porta. La guardai. I capelli ricci le contornavano il viso, lo sguardo era cupo e gli occhi erano gonfi, le labbra tremolanti mi fissavano mentre i suoi occhi mi salutavano con mute note di paura. Io ero in balia delle mie agitazioni. Ci sedemmo sul divano. Ero fremente. Non sapevo cosa dire e nemmeno lei.

“Volevi dirmi qualcosa?” Chiesi io impotente.

“Non so… in realtà pensavo volessi parlarmi tu. Io non riesco in questo momento.”

“Che vuol dire che non riesci a parlarmi? Tu volevi vedermi!” dissi nervosamente.

“Si lo so, ma perché credevo tu volessi finirmi di dire quello che mi stavi dicendo prima che me ne andassi ieri…” Rispose lei.

“Cosa vuoi che dica? Ti ho già detto quello che penso, te la sei presa per una stronzata.”

“Del resto, non pensi mai di poter far soffrire qualcuno, con le parole sbagliate, poi tu…a te scivola tutto addosso no? Sono le intenzioni da valutare! Dici sempre così, no?! Le intenzioni…però poi le persone soffrono e tu te ne freghi!” Rispose lei trattenendo la rabbia.

“Senti. Se qualcuno se la prende per una stupida battuta è solo così immaturo da mettersi al centro di qualsiasi cazzata e prenderla sul personale. Non capisci ch’è immaturo prendersela per una battuta? L’immaturità altrui non è un mio fottuto problema.” Risposi io alzando la voce.

Lei mi guardò schifata. “Credi io possa stare insieme a una persona a cui non frega un cazzo di nessuno? Le persone si possono ferire e star male per delle parole, io son stata male per quella battuta e tu sai benissimo che le parole mi fanno male, ma non ci hai pensato no!?” Disse lei con le lacrime agli occhi.

“Ma cazzo…! Cazzo! Che senso ha? Lo sai che non volevo tutto questo, volevo solo fare uno scherzo.” Replicai.

“Thomàs! Non capisci? Le parole sono importanti dannazione, ognuno ha una sua sensibilità, non si può sapere che dicendo determinate cose poi non si faccia soffrire qualcuno, si può scherzare anche su altro non necessariamente su cose pesanti.” Cercò di spiegare lei.

“Ma bisogna imparare a ridere delle cose che ci spaventano o che ci fanno soffrire solo così si possono superare.” Dissi mentre le mie mani si distruggevano tra di loro.

“Non tutti sono in grado di superare certe cose, sei il solito arrogante.” Continuò lei.

“Adesso dimmi! Dimmi che centra questo.” Esclamai furibondo.

“Che pensi sempre di avere ragione e anche adesso non riesci a capire dove stai sbagliando, perché sei troppo concentrato a pensare di essere nel giusto.”

“Senti chi parla, potresti star sbagliando tu.” Replicai.

“Non capisci ancora vero…è chi fa soffrire il prossimo a sbagliare.”

“Stronzate…” Imprecai.

“Come vuoi tu allora.”

Lei si alzò in piedi e si diresse verso la porta. Io la afferrai per un braccio.

“Ehi ti prego…” Sospirai.

Lei mi guardò, contrasse il labbro in modo rassegnato e se ne andò.

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