Intellettuali e politicanti

Ho letto, in questi giorni, post pubblicati su Facebook in quantità abnorme su quello che è stato l’ormai soprannominato ‘‘caso Savona’’. Miracolosamente tutti sono diventati giuristi, costituzionalisti, figure di grande rilievo. Non voglio negare con queste mie parole l’entusiasmo che tuttavia mi ha colpito nel vedere l’interessarsi del popolo italiano alla vita politica: era forse dalla campagna per il referendum costituzionale che non si vedeva una mobilitazione di questa portata, e tuttavia ancora una volta il cittadino è caduto nel tranello dell’informazione manipolata. Si tratta di una questione che dovrebbe interessarci molto più dei diritti e dei doveri del Presidente della Repubblica.

Quello a cui abbiamo assistito va ben oltre, l’uomo medio diventa misteriosamente artefice delle più svariate critiche che a volte nemmeno i grandi studiosi, coloro che la materia la studiano, si permettono di fare.

La verità è che tutti si sentono capaci di poter fare politica, perché sempre più tutti fanno politica. Il popolo italiano si sente preso in giro dai politicanti, ma soprattutto si sente in grado di poter far politica, perché in fondo chi fa politica, ad oggi non è molto diverso da tutti noi. Basta riflettere sul fattore ‘‘governo tecnico’’, tanto odiato dagli italiani, in parte perché fa riforme non gradite, ma soprattutto perché lo sente tanto, troppo distante dal popolo stesso. Mentre una volta la politica era qualcosa di staccato e distante ma molto più vissuta, ad oggi invece la si sente sempre più vicina, propria, vissuta in prima persona, pertanto il cittadino si sente in dovere di esprimere la sua opinione, indipendentemente dalla propria conoscenza in materia. L’altra causa di questo prodigarsi di politicanti è l’incapacità di rappresentare i cittadini da parte di una classe sempre meno colta e sempre più populista. Parlo dei politicanti che parlano alla pancia del popolo senza avere coscienza delle vere e proprie possibilità di cui essi godrebbero una volta al potere. La specializzazione che le varie scienze hanno raggiunto hanno permesso di approssimare i dati da parte di figure che di fatto non sanno nulla dell’argomento.

Quello che di tutto ciò fa più male sono le parole spese a favore e contro quanto accaduto, ignorando la portata del fattore stesso: l’uso che l’uomo sempre più fa dei mezzi di comunicazione più svariati. I dati sono sempre più alla portata di tutti, con il fattore, che ne esistono sempre più, e sempre meno precisi: parlo della culla delle informazioni. Da questa culla alcuni traggono solo ciò che più gli interessa, portandoli, come fossero assoluti, esaltandoli, catalizzandoli, per farne da stendardo di una battaglia ideologica.

Quello che spesso sfugge, è che quella forse non è la verità assoluta come spesso viene spacciata e/o confusa, ma semplicemente una delle tante versioni. Chi spesso parla, sui siti, sulle pagine Facebook, non sa che quello che dovrebbe trasmettere è il criterio di giudizio. Parlo di critica, di un metodo di indagine, che per quanto soggetto a tavole di valori, come anche la stessa ideologia è, possa comunque permettere quanto meno la comprensione, solo allora il giudizio potrà avere almeno il pregio di un metodo.

È di quasi due anni fa un commento del giornalista Paolo Di Paolo, che diceva a proposito del referendum costituzionale: ‘‘Vorrei capire perché – e come – un referendum costituzionale sia entrato nelle nostre giornate, invadendole, fino a diventare l’argomento in agguato in ogni discorso. Se ne sta parlando sui treni, sugli autobus, se ne parla fuori dal cinema, nelle scuole, anche tra i giovanissimi, con una irruenza, una foga insolita nelle ultime stagioni.’’[1]. Io ora vorrei capire come e perché la politica attiva sia diventata alla portata di chiunque, capace o meno, abbia la possibilità di farsi ascoltare con il terribile risultato di dare un’opinione in più, senza avere conoscenza dei dati.

Forse sarebbe meglio se intellettuali e artisti dedicassero più tempo a fare cultura i primi e arte i secondi. Lottare per la libertà passa anche per l’espressione di giudizio, ma prima ancora abbiamo bisogno di persone che diano forma alla cultura, senza dover parlare di politicanti, senza diventare anch’essi come loro, magari dando forma a vuote parole alla portata di tutti.

 

[1] Paolo Di Paolo per la Repubblica, venerdì 2 dicembre 2016

 

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