I LIMITI DELL’ESPANSIONE EUROPEA NELLA PRIMA ETÀ MODERNA

Nel sentire comune l’età Moderna è spesso considerata come il momento in cui l’Europa esce dal buio periodo medievale e in cui i suoi nuovi “stati-nazione” – definizione non solo affrettata, ma probabilmente errata nel definire la realtà dell’epoca – si espandono nel resto del mondo portando a un dominio dei popoli del “Vecchio Continente” sulle Americhe, sull’Africa e sull’Asia. Nei secoli dal XVI e XVII, tuttavia, le conquiste europee si limitarono quasi solo a isole ed enclave costiere, utili per il commercio, e non giunsero a un effettivo controllo territoriale. Questo avvenne molto lentamente e in numerose circostanze non si verificò prima dell’Ottocento.

Iniziamo dal continente americano. Nel XVI secolo vi furono effettivamente dei territori controllati dagli europei nella zona del Messico e nella zona andina settentrionale dove, attraverso l’iniziativa di singoli individui a capo di poche centinaia di uomini, il regno di Castiglia soppiantò rispettivamente la Triplice Alleanza guidata dagli Aztechi e l’impero Inca. Nel resto delle Americhe, tuttavia, l’occupazione europea restò limitata alle coste atlantiche almeno fino al XVIII secolo.

Più a est, l’Africa del Nord continuava a essere in mano ai sultanati berberi e ai Mamelucchi del Cairo (sottomessi dagli Ottomani nel 1517), mentre nell’Africa orientale predominava il regno cristiano d’Etiopia. Sul lato atlantico, meridionale e sudorientale, dove arrivarono i primi europei, principalmente i Portoghesi, la loro occupazione si limitò a porti ed enclave commerciali da cui rifornire le Americhe di schiavi, poiché le zone più interne del continente rimasero inaccessibili fino al XIX secolo soprattutto a causa delle malattie non sopportabili dai nuovi arrivati.

In Asia e nel cosiddetto Medio-Oriente gli Europei non riuscirono praticamente a fare breccia, se si escludono alcuni porti commerciali portoghesi e olandesi a Goa, a Hormuz e in Indonesia. L’unica potenza “europea” – sull’opportunità dell’uso di questo aggettivo in tale contesto il dibattito è aperto – che riuscì a espandersi in Asia fu la Russia grazie a una progressiva colonizzazione delle aree siberiane che, però, non poterono essere totalmente controllate fino all’introduzione delle ferrovie nel XIX secolo. Questa mancata espansione europea in Asia si dovette a quello che John Darwin definisce l’”età dell’equilibrio” eurasiatico[1]. Nello stesso momento in cui a ovest del Bosforo si formarono gli imperi europei, così dalla parte opposta si svilupparono altre grandi realtà imperiali come gli Ottomani, principale potenza medio-orientale fino alla Prima Guerra Mondiale (anche se già nell’Ottocento la loro struttura imperiale si indebolì, pur senza collassare). Più a est vi era la sciita Persia, formata dalla dinastia safavide nel 1501 in seguito alla sottomissione degli emirati e dei khanati risultanti dalla frammentazione dell’Impero di Timur dopo la sua morte nel 1405. Proprio uno dei numerosi discendenti di Timur, Babur, fuggito dall’Asia Centrale verso il Nord dell’India diede vita nel 1526 alla terza grande potenza islamica dell’età Moderna, l’Impero Moghul che al suo culmine dominava gran parte del subcontinente indiano e dell’Afghanistan, spesso in lotta con la vicina Persia. Mentre questi tre imperi islamici controllavano le zone sud-occidentali dell’Asia, l’estremo oriente del continente era controllato dall’impero cinese che dal 1368 al 1644 fu guidato dalla dinastia Ming, poco propensa ad aprirsi al contatto con gli Europei, a differenza dei suoi predecessori Yuan. Dal 1644 l’impero continuò a esistere passando nelle mani della dinastia Qing, di origine manciuriana, che si sarebbe protratta fino al 1912. Queste quattro potenze non erano né socialmente, né economicamente, né militarmente inferiore agli imperi Europei che non furono in grado di insediarsi in un territorio controllato da entità politiche così poderose e proprio per questo si parla di un equilibrio esistente nell’Eurasia. Più a oriente ancora, il Giappone a partire dal 1635 si chiuse a qualsiasi influenza esterna europea. La situazione cominciò a mutare solo nel XIX secolo, quando grazie alla propria espansione economica e tecnologica il Regno Unito e le altre potenze occidentali in espansione riuscirono a infiltrarsi nel sistema asiatico.

Per concludere, nel XVI e nel XVII secolo gli europei cominciarono la loro espansione fuori dal continente, ma questa avvenne molto lentamente, sia per cause naturali come le malattie africane, sia per ragioni politiche come la presenza di altri imperi. Fino al XVIII secolo in alcun casi e al XIX in altri gli occidentali non furono in grado di superare questi ostacoli.

 

Opere di riferimento:

John Darwin, After Tamerlan. The Global History of Europe, London 2007.

Jane Burbank e Frederick Cooper, Empires in World History. Power and the Politics of Difference, Princeton 2010.

[1]A tal proposito si veda il magistrale lavoro di John Darwin, After Tamerlan. The Global History of Europe, London 2007.

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