Il creatore di Mondi

Quando si pensa ad un artista si tende a generalizzare; questi, d’altro canto, esistono dall’inizio dei tempi: mentre il sole illuminava l’alba della razza umana, i primi eletti già trasformavano il loro sentire. Come si può, però, anche solo presumere di definire questa singolare creatura? Nel corso della storia “il termine” è stato sempre di più accomunato alla figura del solitario, dell’introverso, dell’emarginato: del diverso. Questa concezione, nata verso la fine del diciottesimo secolo, ha come concepimento l’idea del “genio ribelle” che lotta per i suoi ideali, ma non viene capito perché dotato di una sensibilità unica, che viene a collimare nel suo sentir’ “melanconico”. L’artista poi divenne l’emarginato, il bohémien, l’albatro deriso dai marinai che non riesce a comunicare e a trasmettere la sua grandezza, che ostacola, così, come le sue grandi ali. Da questa visione, rigorgogliante dello spirito decadente, non si farà ritorno, da quel momento l’arte verrà concepita come l’espressione di un animo sofferente, maledetto, incapace di stare al mondo con i suoi simili e per questo solo.

Penso, però, che sia ingiusto e inesatto attribuire all’artista il ruolo del relegato a se stesso, l’arte è espressione del sé, ma il sé viene a costruirsi tramite le relazioni e le esperienze che costruiamo nel corso della nostra vita; l’artista che più di tutti può scavare nello scibile per apprendere, dovrebbe avere come motore primo proprio il confronto con gli altri, il conoscere: il vivere. Ciononostante, questo non accade perché quel non sentirsi capito rende sterili nei confronti della collettività. L’artista, però, è un trasformatore, un alchimista che prende le sue esperienze e le ricostruisce con il suo personale spirito, generando nuova vita; non può, perciò, staccarsi dalla società in cui vive, altrimenti perderebbe di potenzialità nel suo trasmettere.

L’artista è genitore, padre o madre, insieme al mondo che lo circonda, di un figlio, che porterà a generare nuovi pensieri, nuove idee: colui, che similmente alla natura, è forza creatrice, parte di un tutto, che se sentisse collegato a se, permetterebbe all’arte di superare l’egocentrismo dell’artista romantico, per diventare universale, carica di significati e di vita, una scossa nelle vertebre del nostro “mon frère” il pubblico. L’arte deve imparare ad accedere alla sua dimensione vitale, alla sua volontà di potenza e completarsi tramite gli strumenti che la vita stessa concede.

Smettiamola, dunque, di ricadere nell’ego! L’arte è un dono per pochi, ma questi pochi hanno il dovere di conoscere e imparare da tutto per essere “Artisti”: per essere vivi. Scegliere di mettere in gioco il proprio animo sensibile suona turbante, ma soltanto confrontandosi si può crescere nell’arte, così come nella vita. Tuttavia l’artista è anche altro, ma la sua unicità non si può descrivere perché ignota anche al suo possessore, il cui più grande sforzo rimarrà sempre conoscere se stesso.

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