Tempo e durata in Henri Bergson

“Filosofare consiste nell’invertire la direzione abituale del lavoro del pensiero.”

Henri Bergson – Introduzione alla metafisica

Sullo sfondo tra l’ossessione che investe lo sguardo filosofico quando s’impunta a pensar l’origine, cioè il senso dell’essere nel suo primo avvenire sulla scena di mondo, e l’altrettanto ossessivo pensiero della fine, intesa come l’ultima soglia del senso che accede alla sua “suicidaria” integrità, si colloca la continuità metastabile del tempo che il filosofo francese Henri Bergson definisce, attraverso il metodo dell’intuizione, con il termine Durata.

Viene facile associare il termine “durata” al termine “tempo”, ma conviene fin da subito spiegare in che modo vanno intesi i due significati. Immaginiamo di essere all’oscuro di questa distinzione e chiediamoci, nella maniera più ingenua possibile, che cos’è il tempo? Risponderemo che esso, nella suo essere impalpabile, è qualcosa che passa, che transita, che si muove. Il tempo così concepito allora sembra inseparabile dal movimento così come questo, si dovrà per ora ammettere, è inseparabile dall’estensione spaziale. Fu Aristotele, nel IV libro della Fisica, a dare le due celebri definizioni di spazio inteso come il limite entro il quale i corpi si muovono, e di tempo inteso come “il numero – cioè la misura – del movimento secondo il prima e il poi”. L’essenza del tempo è fatta di un movimento di natura spaziale, in quanto senza lo spazio non esisterebbe il movimento, ma senza movimento non è pensabile né lo spazio né il tempo. Ecco che la nozione di tempo che ne viene fuori è ricondotta, in maniera essenziale, alla nozione di spazio: ma come giustificare tale risposta se non riconducendo le condizioni di possibilità del fluire del tempo a quelle dello spazio? L’ambizione di Bergson è quella di pensare il tempo senza lo spazio, cioè pensare un movimento non più ordinato secondo i criteri dello spazio. Il metodo aristotelico dell’analisi pensa il movimento privandolo della sua mobilità: cade quindi in contraddizione mettendo a morte il movimento in quanto lo svuota della mobilità che ne era la vita. Se ci distacchiamo dal metodo dell’analisi che calcifica il movimento del tempo riconducendolo allo spazio scopriamo che non è vero che il movimento è nello spazio, ma è lo spazio che è nel movimento.

Se per Aristotele comprendere il tempo significa trascriverlo, cioè riportare la differenza tra l’attualità diveniente di ogni atto alla simultaneità del fatto, allora per Bergson cosa significa comprendere la durata? Bisogna tenere distinti tempo aristotelico e durata reale: il primo è il tempo della scienza, cioè l’omogeneo tempo scandito dalla identica ripetizione del battito delle lancette di un orologio che misuriamo convenzionalmente per orientarci nel mondo. Il tempo aristotelico si preoccupa di fornire misure precise del divenire sotto la luce della quantità più che della qualità. La durata invece è il nostro eterogeneo modo di vivere il tempo, la sua essenza vive di qualità e non di quantità; perciò non sta ai criteri di misura che adottiamo quando pensiamo al tempo aristotelico. Si può parlare di continuità in entrambi i modi di intendere il tempo ma con un taglio decisamente diverso. Il tempo della scienza si preoccupa di continuare la somma di identiche quantità affinché possa misurare con certezza il transito del divenire stesso. Ma lo iato tra una somma e l’altra? Il transito tra un’immobile istante e l’altro, tra un’identità e l’altra, non può avvenire che sullo sfondo della differenza in quanto è lì che si colloca la mobilità del passare. Ciò che dura non è il tic e poi il tac e così via; tic e tac sono tappe agli estremi del continuum della durata. Comprendere questo ci riesce difficile perché la mobilità che conduce da un istante all’altro sembra non trovare posto in una prospettiva che considera il tempo come la somma di più istanti. L’intelletto misurando la durata non ne coglie a pieno l’essenza perché essa non sta alle determinazioni e alle schematizzazioni che l’intelletto adotta con il tempo omogeneo per coglierne gli istanti che si ripetono sempre in modo identico. La durata è il tempo della differenza in quanto pone in evidenza il tono qualitativo, eterogeneo, costantemente mutevole che si staglia tra ogni omogeneo, identico e congelato istante che il tempo aristotelico depone in nome della quantità e non della qualità. Il pulsare della durata è un ritmo cardiaco fatto non di una morsa che stringe e molla, ma di una continuità che tiene tutto il transito dei toni che oscillano tra la morsa più allentata e la stretta più salda senza sosta su nessuna tappa. Astenersi dal voler scandire e stabilire la separazione tra i vari stati di coscienza che sentiamo in noi significa non più vivere, ma lasciarsi vivere dalla continua successione, compenetrazione, confusione degli stati di coscienza che in noi durano: un movimento non più aristotelico ma bergsoniano, cioè l’interpenetrarsi delle fasi, la trasgressione dell’una fase nell’altra.

La coscienza bergsoniana non è più la psiche aristotelica che reificava il processo dello scorrere del tempo: non bisogna confondere la cosa, prodotto divisibile, con il processo, atto indivisibile. In altre parole non si deve confondere il raggio dell’esperienza effettiva con l’atteggiamento teoretico conoscitivo della cosa in atto. Ecco perché è meglio dire che la durata più che conosciuta, cioè ricondotta agli schemi dell’intelletto, essa è vissuta, cioè colta attraverso il metodo dell’intuizione. In fatti per viverla bisogna coglierla in modo immediato e cioè senza passare dal vaglio dell’intelletto che finirebbe per analizzarla e quindi stravolgerla. Solo il metodo dell’intuizione consente di cogliere la realtà nella sua mobilità che ne è l’essenza: il mutamento, il cambiamento, il passaggio, la durata reale è un affare di spirito e l’intuizione è ciò che raggiunge lo spirito.

La durata è l’essenza variabile e mutevole delle cose, e non va confusa con l’esperienza vissuta tout court, in quanto più che essere il prodotto di una esperienza la durata è condizione stessa dell’esperienza. Invano sarà il tentativo di comprendere l’evoluzione della vita, cioè il dispiegarsi del durare del tempo, se ci concentriamo sull’evoluto piuttosto che sull’evoluzione. Bisogna sapersi confrontare con l’evoluzione stessa, che noi stessi incarniamo.

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