“Ti ho chiesto soldi?”

3 SETTEMBRE; 00.07

Ansimavo. Ansimava. La stavo prendendo da dietro, la stavo scopando con tutta la forza che avevo in corpo. Le tirai i capelli, e menai fendenti dentro di lei come un cavaliere che combatte contro la sua nemesi. Venimmo insieme. M’accasciai stanco sul letto a una piazza e mezzo e lei si buttò proprio affianco a me. La guardai. Le presi uno dei due abbondanti seni nudi e lo mordicchiai finché un gridolino si sfilo dalle sue labbra carnose. Avevo ancora il preservativo addosso. La guardai. Mi stava sul cazzo, ma mi ero divertito. Lei si addormentò pressoché subito. Io presi il mezzino di canna rimasto sul comodino mi sedetti e lo fumai avidamente. -Mi manca dannazione!- Non riuscivo a togliermela dalla testa. Era passato un mese ormai, ma non credo che questo fosse abbastanza. Non che non ci fossero i giusti motivi, ma non accettavo di averla persa così. Aveva

fatto tanto per me e mi piaceva pensare di avere fatto tanto per lei. Non so se fosse così. Col senno di poi forse no.

Era il 4 settembre, una mattinata nuvolosa, le nubi coprivano i raggi del sole e pochi sprazzi rivestivano il cielo di candida luce, mentre le ombre rivestivano le strade inquinate dai gas di scarico dei primi lavoratori, che imprecavano per il traffico mattutino. Mi svegliai di colpo. Dovevo aver avuto un incubo. Ne avevo molti in quel periodo. Di nuovo. Non che non ne fossi abituato, a malapena ricordavo il mio ultimo sogno spensierato, ma almeno prima non ricordavo nulla e nulla mi levava di soprassalto dal letto. La figura femminile che dormiva affianco a me non si era accorta di nulla. Fosse stata lei si sarebbe svegliata con me. Andai al bagno. Mi guardai le occhiaie allo specchio. Sembrava non dormissi da giorni. Mi tolsi i boxer e andai sotto la doccia. L’acqua calda era rilassante, alzai lievemente la temperatura. Usci dalla doccia dopo dieci minuti, mi legai alla

vita un asciugamano e mi diressi verso la camera da letto. Aprii l’armadio, mi misi una maglietta leggera blu scuro, dei pantaloni marroncini-beige, un cardigan, che indossavo aperto, bianco e delle scarpe del medesimo colore. Mi diressi alla cucina e mentre la ragazza, ormai svegliatasi, si avviava al bagno, cucinai la colazione.

Lei si avvicinò a me in mutandine e reggiseno e mi sfilò di dosso il cardigan per metterselo abbottonato lasciando risaltato il seno. Mi guardava con quel sorriso idiota che detestavo, mentre i suoi grandi occhi erano fissi sui miei.

“Cosa ?” Dissi guardandola scocciato.

“Niente. E’ stato molto bello ieri notte.” Replicò lei che non smetteva di sorridere.

“Si…Bello.” Confermai io non sapendo bene cosa rispondere.

“Hai preparato la colazione! WOW! Ma io non mangio così la mattina!” Disse riferendosi alle uova che friggevano sulla padella.

“Cosa vuoi allora ?” Chiesi io annoiato.

“Latte coi biscotti e caffè.”

“Sei proprio una bambina!” Commentai io.

Consumammo la colazione e bevemmo il caffè. Lei cercava di avvicinarsi sempre di più a me, mettendomi una mano sul pacco. Mentirei se dicessi che non mi venne duro, ma non vedevo l’ora di levarmela dai piedi. So benissimo di poter suonare uno stronzo, ciononostante non avevo ne tempo, ne voglia per giocare. Lei si alzò dalla tavola e mi baciò sulle labbra, si tolse il cardigan e me lo buttò sul volto dirigendosi verso la camera sculettando. Avevo appena trovato il tempo per giocare un poco.

Si erano fatte le 10.35. Dovevo muovermi. Invitai la mia compagna di giochi ad andarsene. Lei si rivestì e, sempre con quel fottuto sorrisetto, mi baciò prima di uscire dalla porta. Dovevo lavorare ad un manoscritto, la scadenza datami dall’editore del blog era chiara, un racconto settimanale. Dovevo consegnarlo entro il 6, dopo due giorni. Amavo prendermi all’ultimo. Ho sempre trovato stimolante avere delle scadenze con cui lavorare. Se così non fosse, mi sarei perso tra le miriadi d’idee che colmavano la mia scatola cranica. Mi diressi al computer e fissai lo schermo. Non sapevo bene cosa scrivere, così semplicemente cominciai, sperando di dare un ordine poi al mio lavoro.

Scrissi per un paio di ore circa. Mi presi una pausa per farmi da mangiare. Mi piaceva cucinare, l’ho sempre trovato molto rilassante. Tagliai due carote, del sedano e della cipolla che soffrissi con del curry, mentre su un pentolino cossi del riso in bianco. Una volta pronto misi tutto su un piatto e lo mangiai avidamente. Mi feci il mio secondo caffè e fumai un corposo spinello. Salì velocemente. Cominciai a battere il piede sempre più forte: un jazz risuonava in me. La testa si stava svuotando lasciando il posto alle solite nuove sensazioni. Il piede smise di battere. La musica era finita. Aprì gli occhi. –Finalmente!- Pensai. Andai al mio fragmenta. Me lo aveva regalato lei. Scrissi di getto una poesia:

L’edera cresce ovunque, soffoca chi

non ha voce. L’acqua disseta sempre;

non fa distinzione: Buoni o Cattivi.

La pioggia non cade solo sui vivi.

Il freddo uccide i grilli, che non

possono portare la loro voce.

Il freddo accudisce le nuvole

Scaldandole con nuove favole.

Il nostro punto di vista è nostro;

il mondo cambia dal paradiso.

Il paradiso cambia il mondo.

Alterazioni; così come si secca

La corteccia, scricchiola il fuoco

sui camini: scricchiola la penna.

L’ effetto stava andando esaurendosi. Guardai soddisfatto la mia poesia. Una sorta di sonetto infine. Mi piacevano i sonetti, a dire il vero mancava della classica forma petrarchesca. Lo schema di rime preciso, il “CDE CDE”, ma ‘sti cazzi! Mi piaceva. Dovevo tornare a scrivere. Non potevo distrarmi così. Ero giunto a un punto morto del racconto e non sapevo come continuare. Il mio personaggio andava a cena da un amico. Poi non sapevo. Fino a che decisi di andare avanti a scrivere lo stesso. Così semplicemente cominciai, sperando di dare un ordine poi al mio lavoro.

Erano le 17.30. Dovevo prepararmi ad uscire. Non sapevo bene cosa avrei fatto quella sera. Gigi e Vic sarebbero passati a prendermi da li a poco. Mi guardai allo specchio. Potevo andare bene vestito cosi. Andai in bagno, mi lavai i denti. Pisciai. Mi lavai le mani. Presi una sigaretta dal pacchetto e l’accesi. Arrivarono alle 17.45. Salì in macchina. L’odore era inconfondibile. La musica a palla.

“Ciao bello.” Salutò Vic alla guida.

“Thomàs!” Esclamò invece Gigi.

“Ragazzi..” Sospirai io.

Mi passarono uno zufolo e cominciai a intonare la melodia, fino a ritrovare il paradiso artificiale. C’erano i Pink Floyd allo stereo. Ero immerso totalmente nella musica, come se il mio corpo, disgregatosi a livello molecolare, si fosse lasciato inglobare dall’etere musicale. Io e il suono un solo pensiero. Arrivammo. Davanti a me si figurava una villetta. Suonammo al campanello. La padrona di casa ci aprì, aveva già bevuto molto. Entrai. Mi avvicinai alla zona bar, ci saranno state a una trentina di persone. Una ragazza in particolar modo colpì la mia attenzione. Era bionda, ben formata, un bel culo; tatuato sulla spalla un polipo e un piercing al naso. Mi eccitava. Mi fermai a parlare con lei.

Francamente non ricordo bene come cominciò la conversazione, credo fosse sulle cicche. Lei aveva un pacchetto di Lucky Stryke Red Soft, io pure.

“Non sopporto che sui pacchetti rigidi abbiano quel filtro bucato.” Disse lei.

“ Vero? Una merda, si perde quella corposità tipica delle Lucky.” Risposi io.

“Concordo! Piacere Prie.”

“Thomàs.”

Ci guardammo. Le guardai le gambe. Non erano lunghe o affusolate, ma erano di quel carnoso tipico delle latine. Il giorno dopo avrei scoperto essere della Repubblica Domenicana. Verso l’una mi chiamarono dalla cucina. Lasciai Prie e mi diressi al richiamo. Era Lip. “Vecchio, parla con Pasqua.” Mi disse. Mi girai, quel minchione di Pasqua reggeva un vassoio di ferro con una bombetta di MD.

“Non ho soldi per quella, vecc.” Informai. “Ti ho chiesto soldi?” Domandò eloquentemente lui. Mi arresi. Presi un cocktail posato sulla tavola e ingoiai. Mi congedai e tornai dalla nuova amica. “Cosa volevano dalla cucina?” Chiese la ragazza curiosa.

“Salutarmi credo, poi hanno tirato delle droghe e abbiamo assunto alti livelli di cocaina.”

“Uh stai scherzando?” chiese incredula lei

“Certo. Volevano salutarmi.” Dissi io sorridente.

“Imbecille.” Concluse lei.

Ci sedemmo l’uno di fronte all’altro e condividendo una bottiglia di birra, continuammo la conversazione.

“Cosa fai nella vita?” Chiese lei.

“Scrivo.” Risposi secco io, senza voler aggiungere altro.

“ E cosa scrivi?”Disse lei.

“Non lo so, so solo che scrivo, metto in ordine dopo.” Risposi io semiserio in volto. Lei mi tirò un pugnetto.

“Ehi!” Esclamai io.

“Non fai ridere.” Disse lei. Poi mi guardò.

“Andiamo a Ballare.”

Andammo sottocassa. Io la presi per i fianchi mentre mi metteva le braccia attorno al collo. Ci avvicinammo sempre di più. Ci baciammo. Io la avvicinai a me e le strinsi il culo. Le misi una mano sotto i pantaloni e giocai col suo perizoma. Tornammo a sedere. Fumammo una sigaretta. Lei entrò in casa. Tornò poco dopo con una bottiglia di Rum.Bevemmo parecchio prima di ritenerci soddisfatti. Ballammo per un po’. Poi ci appartammo su un’amaca.Tornammo mezz’ora dopo, lei andò a dormire. Io le stetti vicino sul divano per un po’. Poi mi alzai. Non riuscivo a prender sonno.

Dannata droga! Avevo bisogno di fare cose, cominciai a fumare e a riflettere. Ero stanco di questa vita. Facevo sempre così. Scappare da una meta all’altra. Edonismo come fuga. Il peggior tipo. Quella sera, sarebbe stata l’ultima.

L’indomani tornammo a casa per le 18.00. Ero stanco. Siamo stati tutti zitti durante il viaggio in macchina. Avevo sonno. Arrivai a casa e mi buttai sul letto. Avevo sonno. Squillò il cellulare. Era lei.

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