Facile!

Capirsi non è sempre facile, ardue le parole anche solo per comprendersi, comprenderti, comprendermi; una pluralità di eventi in successione legati dagli attimi generati dai molteplici genitori. Non ci sono simboli che per tutti siano logici, io ci vedo un fiore tu un paio di pollici alzati. Chiedersi se sia facile; a volte non so cosa dire e aspetto che tu parli: tu mi dici di farmi coraggio, ma come farlo? Anche al caldo di maggio, l’albatro, si chiude tra le grandi ali, rischiando.

Poteri diversi chiudono le labbra singole dalle duplici; io non so che cosa dire per interessarti, perché tu stessa a volte dici che non ti frega nulla. Ed io sono una risposta emotiva di puro Eros, edonista direbbe qualcuno, ma quel piacere che io cerco, aiuta solo a dimenticare ciò che provo per me stesso; ancora non l’hai capito, o forse non mi sono capito. Potresti avere ragione, potresti. “Le miei sono solo scuse, solo scuse dell’accidia, io non sto male sto bene e sono un inguaribile egoista, la cui vita e pensiero servono a giustificare l’essere una persona di merda che mente a sé stessa.” O forse no. Le relazioni che intraprendiamo: ragnatele che generano ragnatele, di cui non divoriamo il succo o saremmo carnefici dei piccoli insetti che ci passano attraverso senza colpa o affetto.

Costa molto andare e fare, forse non so sacrificarmi, perché sacrificarsi pare così contro natura: se Dio avesse voluto il dolore ci avrebbe fatto nascere già immolati. L’uomo solo si sacrifica per qualcosa, l’uomo solo si sacrifica per qualcosa, l’uomo solo lavora e si retribuisce: un branco senza scambio, dove si muore di fame. Comunque ci si stupisce.

Vorrei essere libero, fare della mia natura un libro ed essere dio per pochi lettori, che han fede in me e nella mia temperanza, anche se mi amo abbastanza solo da non essermi ucciso a sufficienza.

Buongiorno Primavera che sbocci; oggi geli, oggi che il calore pare scomparire, tu non appari, parvenze d’inverno nascoste nei germogli ancora acerbi, che urlano al terreno e chiedono spazio al cemento.

Io, io, che parola assurda, inopportuna a tratti, chi dice io dice ego e chi dice ego rimane solo in un palazzo vuoto, le cui finestre di diamante, sono ramificate da catene di carbonio compresso, lo stesso carbonio della matita che traccia segni e simboli di suoni e simili. Io che sento l’esigenza di scrivere tutto questo, di sfogare con la penna quello che la mia bocca non riesce ad espirare o espiare. Come se ci fosse tanto da dire.

Siamo troppo complessi e spiegarci a parole sarebbe fare una fotografia del sole sperando che scaldi uguale, diceva qualcuno che si sapeva spiegare. Non è nulla per scontato; il mio avvicinamento al pensiero si fa sempre più irrazionale, mentre cerco di razionalizzare. TU NON STARMI DISTANTE!

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