La libera manifestazione del pensiero

L’articolo 21 della Costituzione sancisce al primo e all’ultimo comma quanto segue:

«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. […]

[…] Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.»

Da un lato, quindi, si sancisce la libertà di manifestazione del pensiero, una pietra angolare del sistema democratico (Corte Cost. sent. 84/1969), che consiste nel diritto di esprimere le proprie idee e di divulgarle apertamente. Come tale, esso rientra nel novero dei c.d. “diritti di libertà” (ricomprendente tutte le azioni per la cui realizzazione è richiesto il libero svolgimento di comportamenti materiali o attività giuridiche).

D’altro canto, però, questa libertà trova un limite esplicito nel comma che rinvia al rispetto del “buon costume”. Siamo senza dubbio in presenza di un criterio apparentemente labile, poiché si tratta di collegare le ragioni profonde della norma con il preciso contesto storico in cui si troverebbe applicata; questo, evidentemente, per consentire un adeguamento del diritto al progresso, o semplicemente al mutamento, della coscienza sociale.

Per molti anni la giurisprudenza maggioritaria ha identificato il buon costume semplicemente con il pudore sessuale (a differenza dell’interpretazione, più ampia, rinvenibile nel codice civile, dove al buon costume si incorporano le regole della moralità comune), concetto che a sua volta è inevitabilmente legato alla sensibilità dell’opinione pubblica. Per esempio, quando si parla di “malcostume”, si comprende anche intuitivamente che l’indecenza non si limita alla totale mancanza di inibizioni sessuali.

Fatte queste brevi premesse (e tralasciando l’intricata questione circa la libertà di stampa, disciplinata dal 2 co. e ss. dell’art. 21), ciò che vorrei sottoporre all’attenzione dei lettori è l’evoluzione nel nostro ordinamento dell’istituto giuspubblicistico della censura cinematografica.
Fino a qualche mese fa, questo era disciplinato dalla L.161/1962, la quale riformava misure già adottate in periodo fascista. Si prevedeva che, prima della distribuzione di un film, dovesse essere rilasciato un nulla osta ministeriale, previo parere vincolante circa l’adeguatezza dei contenuti emesso da una commissione di composizione mista (magistrati, psicologi, esperti cinematografici, rappresentanti delle associazioni di genitori, e, eventualmente, di associazioni di tutela a vario titolo, come nel caso di un film in cui si ricorra alla presenza di animali).

Tali pareri vincolanti hanno spessissimo suscitato aspre controversie: capolavori cinematografici del calibro di “Nodo alla gola” di Hitchcock o “Arancia meccanica” di Kubrik furono vietati per anni al pubblico italiano, e il discusso “Ultimo tango a Parigi” mandato letteralmente al rogo. Senza contare le censure parziali che, pur non compromettendo l’uscita di una pellicola nelle sale, eliminavano alcune sequenze reputate ‘non idonee’, di fatto snaturando in certi casi lo stesso intento estetico del film.

L’istituto della censura, se da un lato poteva essere giustificabile con un’esigenza di tutela della sensibilità pubblica, da una diversa prospettiva pareva cozzare con la libertà di scelta dell’individuo adulto.

A ciò si aggiunge anche il fatto che la concessione del nulla osta non metteva al riparo l’opera da controversie giudiziali, visto che risultava comunque sanzionabile penalmente l’offesa al ’comune senso del pudore’ (art. 527 c.p.).

Pertanto, se un soggetto veniva messo debitamente in guardia circa le scene o i temi ‘scomodi’ di un certo film, fatta salva la possibilità di agire in giudizio a posteriori, poteva ritenersi legittima questa limitazione alla circolazione di un prodotto artistico?
Probabilmente è stato proprio questo conflitto a far sì che il legislatore si sia deciso a riformare l’istituto tramite un decreto del Consiglio dei Ministri del 22 novembre 2017 (in attuazione della L. n. 220/2016, ‘Disciplina del cinema e dell’audiovisivo’) cui siamo debitori per l’abolizione della censura. Pertanto, non sarà più possibile né apportare tagli e modifiche alle pellicole né, soprattutto, vietare in toto la proiezione delle opere.
Gli unici limiti rimasti sono quelli relativi alla tutela dei minorenni: introducendo il principio di responsabilizzazione degli operatori cinematografici, dovranno essere le stesse case di produzione a dover abbinare al proprio prodotto l’etichetta indicante il target di pubblico idoneo alla visione, scelto tra i 4 disponibili (PT, VM 18, VM 14 e, dal 2017, VM 6).
La scelta effettuata sarà comunque controllata dalla neo istituita commissione per la classificazione delle opere cinematografiche (che sostituisce quella per la revisione e concessione per il nulla osta).
Una bella conquista, sembrerebbe. Tuttavia è ancora presto per capire l’effettiva portata e l’operatività della nuova disciplina, specialmente con riferimento al principio di responsabilizzazione degli enti.
Nel frattempo, i più audaci pionieri del cinema che vogliano cimentarsi in opere sperimentali senza badare al politically correct, potrebbero tutelarsi a monte avvalendosi della provocatoria soluzione adottata dagli eccentrici ideatori di South Park: “Il seguente programma a causa del suo contenuto non dovrebbe essere visto da nessuno”.

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