Giocare con le parole

Giocare con le parole

Fin dall’origine della civiltà l’uomo ha sempre avuto consapevolezza dell’importanza delle parole, e del ruolo più o meno facile dell’oratore. Facendo un salto cronologico di quasi duemila anni, voglio ricordare un titolo che a mio parere risulta essere simbolico: “Della dissimulazione onesta”, di Torquato Accetto. Non è di questo particolare libro, dedicato alla politica nel ‘500, che si concentra quanto segue, ma tuttavia citare questo autore semisconosciuto ci aiuta a farci capire come fosse presente, nella coscienza dell’epoca, la consapevolezza nell’uso della “parola”.

È difficile mettersi nei panni delle persone di cinquecento anni fa, figuriamoci in quelli degli antichi greci e romani, quindi parleremo dell’uso della parola nel tempo presente, tuttavia non dobbiamo scordarci di opere come il “De Oratore” di Cicerone, nel quale, tra l’altro viene presentato un tema fondamentale come la conoscenza della storia nel mestiere di oratore, da tener presente che per l’epoca poche sono le differenze tra l’oratore nei termini ciceroniano, e il nostro avvocato o politico.

Ma torniamo al tema principale di questo articolo: l’uso della parola. È di questa primavera l’infelice affermazione del candidato alla presidenza del consiglio Luigi di Maio, che afferma il desiderio di sostituire i direttori dei massimi giornali, cartacei, e televisivi. Un insulto alla libera divulgazione, specialmente se entriamo nel merito delle ragioni: l’accusa da parte sua e del suo movimento di falsa divulgazione, che nei fatti è la pubblicazione di articoli contrari alla loro politica. Errato, soprattutto nel contenuto, ma non è questo il luogo per fare politica. Inserire questo fatto in questo articolo serve solo per far risaltare l’importanza, oggi come duemila anni fa della divulgazione e quindi della parola. Parlo di un vero e proprio campo di battaglia, dove da sempre, la politica ha espresso il peggio di sé. Il fatto è semplice: chi controlla i mezzi d’informazione, controlla l’informazione, e questo è inaccettabile, al giorno d’oggi più che mai. In un XXI secolo, dove ancora i giornalisti vengono incarcerati se non uccisi, non possiamo permetterci di accettare affermazioni di questo tipo, specialmente se a dirle è il candidato alla quarta carica dello Stato, nonché rappresentante ufficiale e ufficioso all’estero. Il fatto che il controllo sulle parole, sia così ambito da chiunque ambisca al potere, deve metterci in guardia: forse vogliono che l’unica parola in circolazione sia la loro.

Bisogna poi sottolineare un’altra questione di vitale importanza: il gioco che si attua su queste. Troppo spesso le parole vengono fraintese, e questo dovrebbe farci porre un interrogativo: parliamo la stessa lingua? Un commento all’intervista fatta in parallelo a Matteo Renzi e Gustavo Zagrebelsky in occasione del referendum costituzionale del 2016, parlava di due lingue impossibilitate al dialogo. Tutto questo è raccapricciante: come possiamo pensare di costruire qualcosa insieme se nemmeno riusciamo a comunicare tra di noi? Ce lo insegna la Torre di Babele: per avere il potere per prima cosa bisogna controllare la lingua, o nel nostro caso le lingue. Dobbiamo stare in allerta, ci stiamo giocando il futuro, dimenticandoci di parlare.

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